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Annibale D’Elia

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Annibale D’Elia

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Annibale d’Elia è ricercatore ed esperto di formazione e orientamento.
È responsabile del progetto Bollenti Spiriti.

 

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Bollenti Spiriti è il programma di politiche giovanili avviato dalla Regione Puglia nel 2006, diventato nel tempo una delle migliore prassi in materia in Italia, e non solo. Abbiamo incontrato il responsabile delle politiche giovanili della Regione, Annibale D’Elia, 43 anni, a Fablab Torino, e ci siamo fatti raccontare a che punto è il programma.

 

Qual è l’idea alla base del progetto Bollenti Spiriti?
L’idea è semplice: considerare i giovani come una risorsa per il cambiamento. Anche se è la parte di società che più patisce la crisi, resta forse la risorsa più importante a disposizione delle comunità.
Ci siamo ripromessi di prendere questa idea molto sul serio e trasformare il tutto in una politica pubblica di tipo nuovo, anche cercando di superare una serie di problemi abbastanza ricorrenti negli interventi delle istituzioni.
Quali? Beh, per prima cosa Bollenti Spiriti non è progetto tra tanti ma un “programma”, cioè un insieme di molte azioni, ognuna con diversi destinatari e diverse modalità di accesso. Questo ci permette di essere flessibili ma di tenere anche una linea di continuità del tempo.
Questo è il secondo punto: non si tratta di una iniziativa estemporanea ma è un realtà radicata che opera ormai da diversi anni. Bollenti Spiriti ha attraversato due amministrazioni regionali ed è un risultato collettivo del lavoro di una grande quantità di persone. Ad esempio, da alcuni mesi il nostro assessore è nuovamente Guglielmo Minervini che ha inventato il programma 7 anni fa, quando quasi tutto lo staff che opera adesso non era ancora in Regione Puglia.
Altro aspetto di cui siamo molto fieri: Bollenti Spiriti è ideato e realizzato da un normale ufficio pubblico, e crediamo sia un elemento che porta con se molte difficoltà ma anche punti di forza.
E, soprattutto, cerca di sovvertire la logica tradizionale delle politiche giovanili.
Spesso la domanda alla base di questo tipo di politiche è: “cosa possono fare le istituzioni per aiutare i giovani?”. Abbiamo rovesciato il paradigma e ci siamo chiesti: “Cosa possono fare i giovani per la collettività?”.
A distanza di qualche anno possiamo dire di aver avuto una buona intuizione. Oggi ci troviamo a far parte di una comunità che a livello nazionale e internazionale sperimenta sul campo politiche di social innovation. La nostra scommessa è sostenere e potenziare il ruolo dei giovani come agenti di trasformazione della realtà in cui vivono.

 

La vostra è un’esperienza di successo che parte da una regione del sud. Quanto è stato importante il legame con il territorio pugliese? Bollenti Spiriti è esportabile in altri contesti?
Non so se sia giusto parlare di successo, considerando la condizione di difficoltà in cui vivono molti giovani pugliesi, resa ancora più drammatica dalla crisi. Ma le idee di base, le intuizioni, le pratiche che abbiamo messo in campo si stanno dimostrando molto promettenti. Per questo ci fa molto piacere essere chiamati, da sud, a partecipare al dibattito su giovani, futuro, innovazione.
Riguardo al legame con il territorio, quando abbiamo progettato le diverse azioni di Bollenti Spiriti, abbiamo preso spunto da molte esperienze esistenti ma cercando di realizzare un mix originale. Invece di replicare qualche schema adottato altrove, siamo partiti da una ricerca sul campo molto approfondita sulle risorse e i bisogni dei giovani che stavano realizzando esperienze di imprenditorialità e attivazione su tutto il territorio regionale. Con l’aiuto dell’Università di Bari, abbiamo ricostruito le storie di centinaia di ragazze di ragazzi attivi in ogni campo della vita pubblica che ci hanno restituito l’immagine della gioventù pugliese come una “pentola a pressione”, chiusa, che non aspettava altro che essere scoperchiata. Da questo è nata l’idea di un intervento sui giovani come energie inespresse, forze latenti da far emergere.
In una grande città industrializzata come Torino, non sono affatto sicuro che sia giusto adottare la stessa ricetta.
In generale direi che l’approccio più utile – che poi è peculiare non solo della social innovation ma di qualsiasi politica pubblica fatta bene – è di non basarsi sul trasferimento di modelli o sulla retorica un po’ consumata della circolazione delle buone prassi, ma di lavorare piuttosto sulla reciproca ispirazione e sulla moltiplicazione degli esperimenti. Anche incrociando tematiche e discipline diverse.
Nel caso di Bollenti Spiriti questo è accaduto anche al background delle persone che ci hanno lavorato, con esperienze lavorative in ambiti molto eterogenei.

 

Parliamo del bando “Principi Attivi”, l’iniziativa di Bollenti Spiriti che finanzia progetti ideati e realizzati da giovani pugliesi.
Principi Attivi è un bando nato nel 2008, oggi alla terza edizione. L’idea è intervenire in quella particolare fase, noi la chiamiamo “tra 0 a 1”, nella quale sia lo stato che il mercato non ti aiutano. Ultimamente si moltiplicano i contest e le pitch competition. I business angel e i seed capital si affacciano anche a sud di Roma. Ma l’impressione è che ci sia sempre una fase di esplorazione nella quale la possibilità di ottenere un sostegno concreto è praticamente nulla.
Come dire: tutti parlano di restituire dignità al fallimento, dell’importanza dell’errore per imparare dai propri sbagli. Resta da capire, per un giovane con delle idee e voglia di mettersi alla prova, come sostenere il costo di questo fallimento. Tranne che per alcuni ambiti con basse barriere all’ingresso, va a finire che riesce ad entrare in questo meccanismo solo chi è già dentro. Chi è fuori è resta fuori.
A ben pensarci è la stessa trappola che affligge chi si affaccia sul mercato del lavoro: se non hai esperienza resti fuori. Ma da fuori come si può maturare esperienza?
Abbiamo pensato a Principi Attivi come ad una grande azione collettiva di apprendimento e sperimentazione sul campo, realizzata con una forma molte agile e flessibile di finanziamento pubblico per i giovani alle prime armi.
Altra peculiarità: per evitare di drogare il mercato e creare forme di dipendenza, nelle diverse edizioni abbiamo impiegato risorse decrescenti nel tempo, mentre la selezione delle idee diventa sempre più impegnativa.
Il primo anno, attraverso il bando sono nate 400 esperienze, con un finanziamento complessivo di 10,5 milioni di Euro: l’obiettivo era dare una scossa iniziale molto forte e dimostrare che nel mondo giovanile c’erano energie, competenze e intelligenze che aspettavano solo di essere scoperte.
Nel 2010 sono state finanziati 190 progetti, meno della metà, per 4.8 milioni di Euro.
Nel 2012 le risorse si sono ulteriormente ridotte a 4,3 milioni di euro, con 173 progetti finanziati, che stanno partendo in questi giorni. Nello stesso tempo stiamo lavorando sul futuro di una iniziativa che non vorremmo mai uguale a se stessa.
In questi anni abbiamo visto crescere e trasformarsi tante eccellenze nate grazie a Principi Attivi – penso ai casi più noti come gli ormai leggendari “ragazzi degli aerei” di Blackshape Aircraft, o ai pluripremiati startupper salentini di Ciceroos o Material Recovery System o agli innovatori in agricoltura di Canapuglia, fino ai designer di FF3300, ai progetti musicali di Crifiu e MamaMarjas e ai writer e skater del Salento Fun Park di Mesagne e molti, moltissimi altri. Ma abbiamo visto molte giovani imprese nascere proprio lì dove terminavano gli esperimenti di Principi Attivi – come è accaduto alla casa editrice Liberaria o a The Hub Bari.
In altri casi, molte idee di giovani pugliesi diventano progetti o imprese senza alcun contributo da parte nostra. E per fortuna!
Tutte insieme queste esperienze iniziano a collegarsi, riprodursi e a diventare un piccolo ma promettente ecosistema. Lo consideriamo il nostro più grande successo. Segno che la creatività latente era “paglia secca” che attendeva solo una scintilla, e che il fuoco comincia ad autoalimentarsi. Lavoriamo per generare un cambimento permanente –soprattutto nella mentalità – con l’obiettivo è diventare inutili nel più breve tempo possibile.

 

Al suo ottavo anni di operatività, a che punto è l’esperienza Bollenti Spiriti?
Dopo questi primi anni di esperienza, il nostro assessore Minervini ci ha posti davanti ad una nuova sfida: non occuparci soltanto dei giovani più talentuosi, ma di tutti i giovani pugliesi; considerare tutti i giovani come risorsa per il presente e il futuro della nostra comunità. La scommessa è affrontare il problema della loro esclusione e inventare nuovi dispositivi per permettere a numeri crescenti di giovani pugliesi di contribuire al bene comune.
Finora abbiamo chiesto i giovani pugliesi di salvare la nostra regione con le idee. La domanda che ci poniamo adesso è: ci sono altre energie da liberare? Magari di chi vuole salvare il mondo con le mani?
C’entra molto con la riscoperta della dimensione manuale che anima il movimento dei makers, ed è anche per questo che sono qui al FabLab.
Vogliamo reinventare Bollenti Spiriti, ma senza abbandonare i tre assi portanti del nostro lavoro: l’apertura (dispositivi accessibili e comprensibili a tutti, adatti anche a chi non è un addetto ai lavori); un metodo per processi (consentire alle persone di cambiare e di trasformare i propri progetti in progress, senza costringerle in pianificazioni iniziali troppo definite); la generatività (predisporre politiche che producano più valore di quanto costano, poiché liberano energie sopite).

 

Darebbe una sua definizione di social innovation?
In questo momento si ragiona molto di social innovation come capacità di una comunità, o della società in genere, di affrontare e risolvere i propri problemi, in particolare attraverso le nuove potenzialità offerte dalla Rete. Si tratta di una sfida entusiasmante, soprattutto per i giovani, se consideriamo il grande divario tra ciò che potenzialmente si può realizzare e quel poco che è stato già realizzato. Detto questo, credo sia utile allargare lo sguardo e chiedersi se oggi possa esistere una innovazione che non sia sociale, che non riguardi tante persone, che non sia il prodotto di un’azione collettiva. Non è più tempo dell’innovazione chiusa dentro le quattro mura di un laboratorio. Accettiamo la sfida dell’innovazione – e più in generale dell’intelligenza – “distribuita”. E pensiamo ai meccanismi per incentivare questi processi e ricavarne valore, anche attraverso una reinterpretazione radicale del ruolo svolto dal settore pubblico.

 

Abbiamo accennato al tema dell’apertura e della comunità. Al centro  di Bollenti Spiriti sembra di poter rintracciare questa stessa idea, a partire dal modo con cui è stato costruito il sito web.
Si tratta di una direzione che non è stata pianificata a tavolino, ma che abbiamo sperimentato per intuito e per tentativi. Tutto è nato nel 2008, quanto abbiamo scritto il primo bando Principi Attivi. Allora non eravamo certi che lo strumento fosse adatto, comprensibile, accessibile ai giovani pugliesi. Ci è sembrato naturale pubblicare una bozza sul nostro sito  – un blog open source semplicissimo, realizzato “in casa” e a costo zero – e raccogliere quanti più feedback possibile.
Un secondo passo l’abbiamo fatto poche settimane dopo, quando abbiamo pubblicato la versione definitiva del bando e sono stati gli stessi utenti del sito a rivolgerci le domande attraverso il nostro forum online invece che limitarsi ad inviare domande ad una casella di contatto. Da questo si è innescato un meccanismo molti-a-molti che si è rivelato importantissimo per creare legami di fiducia e collaborazione tra chi stava preparando il proprio progetto.
Oggi tutti i servizi di help desk sui bandi vengono erogati attraverso le stanze del forum di Bollenti Spiriti che conta più di 15.000 interventi. Il sito Bollenti Spiriti è una piattaforma che ospita un blog collettivo con oltre 5.200 post pubblicati dagli utenti e una comunità di 10.000 iscritti. Il tutto ancora interamente gestito e sviluppato “in casa”.
Seguendo lo stesso principio, non abbiamo mai investito risorse in strumenti di comunicazione. Fin da subito abbiamo ritenuto più importante investire risorse economiche e attenzione nei progetti dei ragazzi, piuttosto che in una campagna pubblicitaria. Facciamo tutto internamente (siamo un ufficio di dieci persone), attraverso un meccanismo di coinvolgimento attivo dei giovani che partecipano alle diverse iniziative e a cui chiediamo aiuto per la diffusione delle notizie attraverso i social network. Solo su Facebook sono quasi 35.000.
E quel che più ci piace, è che tutto questo è nato e si è sviluppato in un “normale” ufficio pubblico e in un normale contesto istituzionale. Tutto questo è stato possibile perché di fronte da un’anomalia, quella che oggi si chiama “innovazione senza permesso”, siamo stati incoraggiati a sperimentare.

 

Francesco Tamburello