Torino vista da fuori

Com’è Torino vista da fuori?
TorinoNordOvest pone la domanda ai suoi lettori e ad alcuni grandi giornalisti, legati alla città da origini familiari o da esperienze professionali nelle testate cittadine. Ogni settimana due nuovi interventi, aperti ai vostri commenti e al dibattito.

La città è cambiata profondamente o soltanto in superficie? Ha mantenuto un’identità solida e riconoscibile o i contorni da ex-company town sono sfumati al punto da renderla opaca agli occhi del paese? Che ruolo sta giocando per costruire il proprio futuro? Quali punti di forza continua a dimostrare, e quali debolezze?

Venerdì 5 marzo: TorinoSette parla del nostro blog.

25 febbraio 2010 / redazione

Il vostro sguardo

Sei di Torino ma lavori fuori? Vieni da fuori e lavori a Torino?
Sei un torinese doc? Qual è il tuo rapporto con la città?
Ne hai un’idea precisa? Si rispecchia nei suoi luoghi comuni?

Raccontaci la tua storia e le tue idee.
Oppure commenta i post di alcuni giornalisti legati da esperienze personali o professionale a Torino.

8 marzo 2010 / Giovanna Boursier

Il torinese asburgico

«Sono appena tornata a Torino per qualche giorno, e mi è sembrata un po’ grigia, come lo è da sempre. Resta una città ambivalente. Da una parte è sicuramente migliorata: ricordo bene gli anni in cui alle sette di sera era già tutto chiuso e ci si rifugiava nelle case degli amici, nei circoli – in questo non è  cambiata molto, è rimasta un po’ provinciale – mentre oggi puoi incontrare più gente, persino i turisti per strada, vedere quartieri vivi come il Quadrilatero. Il lato critico è che, nonostante le Olimpiadi, Torino non è ancora riuscita a organizzare, per esempio, una grande mostra di quelle portano tutti in città. Le Olimpiadi sono state un’occasione che la città non ha perso, ma certamente non ha sfruttato al meglio; avrebbe dovuto dare una svolta, guardare alla qualità urbana e alla cultura in modo diverso. Si continua a pensare come unica soluzione  la Tav, ma secondo me è segno di scarsa fantasia. Insomma, Torino mi appare ancora come una città che facilmente si può sgretolare: al mio ritorno ho fatto alcune interviste sulla crisi, e ho incontrato davvero molta gente disperata.
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8 marzo 2010 / Francesca Paci

Il complesso della cucina

«Più di altre città italiane, Torino ha gli anticorpi per affrontare la crisi. Perché, volontariamente o involontariamente, ha avvertito la trasformazione industriale e la fine della manifattura in anticipo, sulla propria pelle. Io non ho conosciuto la città cupa e ripiegata su se stessa; quando sono arrivata nel ’98, il processo che l’ha portata a reinventarsi col terziario avanzato era già iniziato. Inoltre, caso unico, la città aveva già conosciuto i primi afflussi di immigrati, quando in Italia l’immigrazione era un non-tema, un fatto che riguardava poco più del 2% della popolazione totale. Allora gli immigrati intendevano l’Italia come un ponte per l’Europa, ma Torino era una città in cui si fermavano, a parte il nord est. Dopo la grande immigrazione degli anni Sessanta, la città si era trovata al centro di un nuovo fenomeno, con tutto l’apporto positivo che viene dalla mescolanza di culture e tutti i conflitti che produce.
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3 marzo 2010 / Marco Mathieu

L’aria di Torino

«Appartengo alla generazione cresciuta in una Torino (anni Settanta/Ottanta) molto dura, che però ha saputo insegnarci la tenacia. E la determinazione. Oggi la città è estremamente diversa, il suo cambiamento si può paragonare a quello di Barcellona, dove Olimpiadi e politiche culturali hanno fatto bene al tessuto urbano. Così Torino ha perso la sofferenza di un certo periodo storico, ma anche una sua peculiarità. La domanda (sottovoce) è: la città è cambiata, ma per diventare cosa?
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3 marzo 2010 / Paolo Bricco

La circolarità delle élite

«La crisi economica ha accelerato processi di selezione produttiva e di integrazione con gli altri mercati, rendendo Torino una città più internazionale di quanto non fosse 10 anni fa. Se aggiungiamo il fatto che la città è destinata ad essere assorbita da una dimensione sempre più americana, dovuta all’accordo Fiat-Chrysler, si vede bene che Torino sperimenta una grande opportunità: poter finalmente scogliere la propria identità in un contesto molto più “macro” e internazionale. Anche se la sua fisionomia può apparire problematica, perché ci sono pezzi di centri decisionali che vanno via, Torino a me sembra messa meglio di altre città italiane. Ciò che le augurerei è che si facciano viaggi continui, avanti e indietro da Detroit, perché io penso che la città non dovrebbe inseguire le reti locali come molti sostengono: tutto al contrario, gli imprenditori e gli intellettuali torinesi dovrebbero cercare le reti internazionali. L’accordo sull’auto ha creato l’infrastruttura immateriale della relazione, ora si tratta di costruire altri ponti.
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3 marzo 2010 / Dario Cresto-Dina

Il vaso della marmellata

«Sono rimasto a Torino dal 1982 al 2000, poi ho vissuto a Milano e Roma, questo mi ha aiutato a capire le differenze. Torino è rimasta  una città operaia, con tutti gli aspetti positivi e le difficoltà: conosce la fatica, sa di non poter reggere sull’effimero come è avvenuto a Milano, che da decenni ha perso la propria vocazione industriale. I torinesi hanno i piedi piantati nel passato e anche se la città è stata costretta a cambiare, tutti i tentativi compiuti non arriveranno mai alla trasformazione completa: girando per la città si vede subito che la cittàè meno ricca di Milano, si può misurare la fatica delle famiglie di tirare avanti, tutte cose rimaste uguali nel tempo.

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25 febbraio 2010 / Gianni Riotta

La cintura dalla ruggine

«Ho visto il declino di tutte le company town lungo la “Rust Belt”, la cintura della ruggine americana: quando la compagnia cade o si ridimensiona, declina anche le città. A Torino, la Fiat ha avuto un brusco ridimensionamento rispetto agli anni in cui aveva duecentomila addetti, ma la città ha tenuto, e invece di declinare ha usato la propria cultura industriale per trovarsi nuove vocazioni. Il risultato: Torino è, per certi aspetti, più vitale di tante altre italiane. Ricordo bene quando la città era in bilico, e per le mia esperienza internazionale spesso venivo invitato a cena, insieme agli ospiti stranieri. Il modo in cui destra e sinistra hanno unito competenze e conoscenze per ottener le Olimpiadi, fa di Torino un caso unico, un modo per sfruttare le proprie potenzialità che altre grandi città italiane, come Milano, Roma, Napoli, non hanno.

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25 febbraio 2010 / Arrigo Levi

Il dubbio metafisico

«Torino è una delle città in qui ho vissuto più a lungo dopo Modena, dove sono nato. Ci ho vissuto in anni importanti, quando c’erano le Br e “La Stampa” prese una linea di condotta molto netta, che pagò con l’assassinio di Carlo Casalegno. Eppure noi ci sentivamo forti, perché avevamo alle spalle l’intera città: lo verificammo con la manifestazione organizzata il giorno seguente all’attentato, in piazza San Carlo. Apprezzai allora soprattutto la solidità delle posizioni di Torino, città con un senso istituzionale molto forte che derivava sicuramente dalla sua storia sabauda.

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17 febbraio 2010 / Umberto La Rocca

Torino vs. Genova

«Torino e Genova hanno avuto problemi analoghi dopo la crisi del modello industriale: Torino con la perdita di centralità della Fiat, cioè del sistema privato; Genova con la crisi delle partecipazioni statali. Entrambe hanno affrontato il passaggio alla società post-industriale, ma Torino mi pare che ne sia uscita meglio, mentre Genova ancora sta combattendo. Non sono solo io a dirlo. Tyler Brûlé del “Financial Times” ha scritto che Genova è una città bellissima e vitale, ma che i suoi problemi con le infrastrutture e le carenze della classe dirigente la tengono in bilico: può diventare una Napoli del nord o prendere esempio da Torino e rilanciarsi.
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17 febbraio 2010 / Marcello Sorgi

Cosa vuol dire non essere Roma

«Appena ho iniziato a lavorare per “La Stampa”, dalla redazione di Roma, una delle prime cose che ho capito era il rapporto difficile tra le due città: distaccato, in alcuni casi polemico, comunque di grandissima lontananza. Se ci sono due mentalità difficili da accostare, sono la cognizione del lavoro tradizionale torinese – l’impegno, il gusto del lavoro ben fatto, il lavoro che riscatta e va fatto anche quando è difficile – e l’idea tutta torinese di Roma come città fatta di politica, imbrogli, perdita di tempo. Mi ero da poco trasferito a Torino, per dirigere il giornale, quando avvenne la designazione per le Olimpiadi invernali. Decidemmo allora di fare un giornale speciale, per quei tempi, a colori, con i cerchi olimpici in prima pagina, ed io scrissi un breve commento, intitolato  Cosa vuol dire non essere Roma, in cui mettevo in relazione la vittoria di Torino con la sconfitta di Roma, candidata nel 2004. L’opposto esito delle candidature corrispondeva perfettamente alla diversità fra le due città: Roma aveva vissuto l’esperienza in modo politico e mondano; Torino come un’occasione di rilancio, per emergere e promuovere il proprio marchio nel mondo, risultando così più credibile. L’editoriale, che suscitò un vespaio, fu la mia prima occasione di rapporto pubblico con i torinesi: a Roma  tra i tassisti c’era chi, riconoscendomi, non voleva farmi salire in auto, a Torino la gente mi fermava per strada per congratularsi.

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10 febbraio 2010 / Gad Lerner

Torino “meno sfigata”

«Si percepisce da fuori una Torino più solida rispetto ai tempi della mia gioventù, la stagione del conflitto sociale, della vicenda drammatica delle espulsioni alla Fiat, poi conclusa con la marcia dei Quarantamila. Allora Torino aveva un’immagine molto forte, ma anche molto piagata. In seguito, negli anni in cui ci ho vissuto, tra il ‘93 e il 2002, Torino si stava deindustrializzando, conosceva altri momenti di estrema incertezza e instabilità. Poi è prevalsa un’operazione anche un po’ cosmetica: la ristrutturazione del centro storico, gli eventi, un’amministrazione comunale più salda rispetto al passato anche nel rapporto con la Fiat, hanno dato un’idea di tranquillità e dinamismo. Può darsi che ci sia il trucco, ma oggi Torino, a livello nazionale, è percepita come “meno sfigata” di quanto non fosse in altri tempi.

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10 febbraio 2010 / Aldo Cazullo

Meno bella, ma contava di più

«Torino la trovo cambiatissima; trovo che ha cambiato colore e umore. Una volta era tutta giallina, poi ha riscoperto i colori barocchi originali e ha iniziato a colorare le case, come al villaggio olimpico. Avvenimenti come la fusione Intesa-Sanpaolo, qualche anno fa sarebbero stati visti come l’ennesimo scippo di Milano; adesso, a parte qualche mal di pancia, sono interpretati come il modo per restare agganciati alle grandi concentrazioni e trasformazioni bancarie. Tutto questo non dipende solo dalle Olimpiadi: è l’aria che è cambiata. Io vedo un collegamento con la scomparsa dell’avvocato Agnelli, evento molto temuto e a cui la città ha saputo rispondere, sia nell’immediato – penso alla processione notturna al Lingotto – sia in seguito, mostrando a se stessa di potercela fare anche senza questa figura. Torino non è mai stata così bella.

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4 febbraio 2010 / Giulio Anselmi

Quel che è bene per la Fiat

«Credo che Torino viva un po’ di rendita. Quando sono arrivato, nell’estate del 2005, la città viveva ancora i postumi della crisi della famiglia Agnelli, i problemi dell’occupazione. Torino appariva una città di tanta tristezza. Poi, molto rapidamente, il recupero della Fiat e le Olimpiadi dettero la sensazione di una città radicalmente cambiata. Questa immagine di Torino, con un senso preciso di sé, bella, vivace, con modernità culturali e attenzioni particolari – Torino meglio di Milano, dissero tanti milanesi – è un’immagine che ancora resiste. Tuttavia io credo che non sia del tutto autentica. La nuova Torino – la città che voleva stare bene a prescindere dalla Fiat, ma non si faceva illusioni di poter rinunciare al ruolo della Fiat – ha fatto molti passi avanti. Non sono sicuro che questo basti, perché gli interrogativi che si sono venuti ponendo in questi anni sono sempre più forti. Il futuro della Fiat, legato ai disegni di Marchionne, porta conseguenze che si possono ripercuotere su Torino in modi diversi e non necessariamente positivi. La vivacità di Torino è bello trovarla nel libri di Culicchia, non sono certo che in termini di fotografia quotidiana sia sempre così.

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4 febbraio 2010 / Ezio Mauro

La città del lavoro

«L’immagine di Torino è in fortissima risalita, da quando gli italiani hanno fatto una scoperta tardiva: che la città è molto bella. Un fatto di cui, dopo, si sono accorti anche i torinesi. La svolta simbolica sono state le Olimpiadi, che hanno permesso ai torinesi di vedere la città con gli occhi degli ospiti stranieri: Torino è apparsa una città ambiziosa, ripulita, capace di valorizzare il proprio patrimonio storico-monumentale. Ricordo bene i reportage dei giornali stranieri, in particolare il “Wall Street Journal”… penso che la città viva una stagione molto fortunata.

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