12 aprile 2010 / Gianpaolo Pansa

Non vivevo a Torino, vivevo alla Stampa

«Per cominciare noi monferrini non amiamo Torino, ci è sempre apparsa una città molto lontana.
Lo stesso vale per la Fiat: dava da lavorare a un sacco di gente, però aveva un’aria da caserma, infatti veniva chiamata “la feroce”. Questa idea della città-caserma si rafforzò quando mi trasferii a Torino, finito il liceo, per iscrivermi all’università. Ricordo la prima lezione del professor Luigi Firpo, storia delle dottrine politiche, novembre 1954, la prima fila piena di signorine della buona borghesia. Molto esplicito nel parlare, e ingolosito dalle ragazze, Firpo si mette a fare un’intera lezione sull’educazione sessuale dei giovani aztechi. Il linguaggio era veramente osé, e le ragazze sconvolte. Spinto dalla curiosità, visto che il corso era sugli scritti giovanili di Carlo Marx, chiesi al professore perché avesse scelto proprio quell’argomento. Risposta: “Ho fatto questa lezione perché comando io e faccio quello che mi pare e piace”.
Dopo i primi sei mesi, lasciai la mia camera in affitto da studente e decisi di fare il pendolare da Casale, partendo col treno la mattina prestissimo. Certamente non immaginavo di tornare a Torino per lavorare, pensavo piuttosto a Milano. Accadde invece che, grazie alla tesi di laurea, vincessi la prima edizione del premio Einaudi, e il direttore della “Stampa” di allora, Giulio De Benedetti, che voleva portare alcuni giovani laureati in redazione, mi proponesse di fare il giornalista.

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26 marzo 2010 / Vittorio Messori

La capitale abbandonata dal potere

«Della mia ultima visita a Torino ho il ricordo indelebile di un giro in via Livorno; mi rammaricai molto di essere andato a vedere che fine avesse fatto quel pezzo di città. Ho vissuto parte della mia infanzia e adolescenza in via Sobrero, traversa che da corso Regina Margherita corre in salita verso via San Donato. Dalla sommità, guardando oltre corso Umbria, si spalancava proprio via Livorno, con la sua selva di ciminiere che eruttavano giorno e notte un fumo rossastro. Camminare per via Livorno era al contempo fascinoso e inquietante: Torino come città da piano quinquennale sovietico o da  Manchester dell’Ottocento, non si incontrava nessuno, non c’erano abitazioni, i marciapiedi, sui quali le suole lasciavano l’impronta nella polvere rossa delle ciminiere, costeggiavano lunghi muri oltre i quali si trovavano le gigantesche ferriere della Fiat e i grandi impianti della Michelin. Da dietro quelle grigie muraglie giungevano non voci umane ma rumori inquietanti, fischi meccanici, colpi di sirena e, soprattutto, il rumore continuo dello sferragliare di treni merci. La sparizione di via Livorno, con la conseguente comparsa di centri commerciali al posto dell’industria pesante, mi è apparsa esemplare del passaggio di Torino dalla modernità alla postmodernità: la Torino dell’industria pesante era la città moderna, poi il moderno è finito. È comparsa la “società liquida”, con cui la città deve fare i conti. Ben  più che tanti altri, in Occidente.
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16 marzo 2010 / Pino Corrias

La città che ha assorbito le vite

«Torino è una città in cui sono accadute cose per certi versi straordinarie. La Fiat, negli anni ’70, superava all’ingrosso i centomila operai; se oggi siamo sotto i 20 mila, vuol dire che molte persone si sono ricollocate fuori dalla grande fabbrica polverizzata sul territorio. Come dire che la città ha assorbito queste vite, le ha cambiate, probabilmente le ha migliorate.

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16 marzo 2010 / Carlo Bastasin

L’America non parla di Torino

«Mi chiede se l’America parla di Torino? Recentemente, due fenomeni di rilevanza mediatica, oltretutto coincidenti, ne hanno evocato il nome – l’alleanza Fiat-Chrysler e l’uscita del film Gran Torino di Clint Eastwood – entrambi si riferiscono più all’industria dell’automobile che alla città.

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11 marzo 2010 / Santo Della Volpe

La città fabbrica

«Negli anni ’70 e ’80 Torino era molto triste, inquinata, una città in cui era difficile lavorare bene. E c’era una monocultura industriale piuttosto vistosa. Oggi la Fiat  determina ancora i suoi orientamenti sociali e il suo sviluppo, ma in modo inferiore rispetto al passato, quando rappresentava un punto di snodo imprescindibile anche per le occasioni di emancipazione culturale. Torino ha ormai molteplici centri di potere: il ruolo delle associazioni industriali è diverso rispetto al passato, gli enti locali hanno impresso una maggiore  presenza, lasciando il segno nello sviluppo urbanistico e sociale, avviando una dialettica nuova anche con la Fiat; i sindacati e la società civile sono anch’essi cambiati, prendendo ruoli nuovi ma mantenendo una posizione fondamentale nell’indirizzo culturale della società torinese. Lo sviluppo della città, determinato dalla parziale deindustrializzazione, si è proiettato in avanti, a favore di altri spazi, altre forme di lavoro; c’è stata la crescita del comparto culturale e di esperienze nuove, dallo sviluppo del cinema (grazie ad esempio alla Film Commission) sino alla scuola di peacekeeping, nata a Torino per la presenza di istituti internazionali come l’Ilo e di centri culturali e internazionali di livello universitario e artistico, proiettati da decenni verso l’Europa e gli Stati Uniti. Anche questa è una vocazione di Torino, un pacifismo “attivo”, politico-culturale. Non a caso la scuola di peacekeeping torinese, importante in Italia, è riconosciuta a livello internazionale come una delle migliori al mondo.

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3 marzo 2010 / Paolo Bricco

La circolarità delle élite

«La crisi economica ha accelerato processi di selezione produttiva e di integrazione con gli altri mercati, rendendo Torino una città più internazionale di quanto non fosse 10 anni fa. Se aggiungiamo il fatto che la città è destinata ad essere assorbita da una dimensione sempre più americana, dovuta all’accordo Fiat-Chrysler, si vede bene che Torino sperimenta una grande opportunità: poter finalmente scogliere la propria identità in un contesto molto più “macro” e internazionale. Anche se la sua fisionomia può apparire problematica, perché ci sono pezzi di centri decisionali che vanno via, Torino a me sembra messa meglio di altre città italiane. Ciò che le augurerei è che si facciano viaggi continui, avanti e indietro da Detroit, perché io penso che la città non dovrebbe inseguire le reti locali come molti sostengono: tutto al contrario, gli imprenditori e gli intellettuali torinesi dovrebbero cercare le reti internazionali. L’accordo sull’auto ha creato l’infrastruttura immateriale della relazione, ora si tratta di costruire altri ponti.
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3 marzo 2010 / Dario Cresto-Dina

Il vaso della marmellata

«Sono rimasto a Torino dal 1982 al 2000, poi ho vissuto a Milano e Roma, questo mi ha aiutato a capire le differenze. Torino è rimasta  una città operaia, con tutti gli aspetti positivi e le difficoltà: conosce la fatica, sa di non poter reggere sull’effimero come è avvenuto a Milano, che da decenni ha perso la propria vocazione industriale. I torinesi hanno i piedi piantati nel passato e anche se la città è stata costretta a cambiare, tutti i tentativi compiuti non arriveranno mai alla trasformazione completa: girando per la città si vede subito che la cittàè meno ricca di Milano, si può misurare la fatica delle famiglie di tirare avanti, tutte cose rimaste uguali nel tempo.

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25 febbraio 2010 / Gianni Riotta

La cintura dalla ruggine

«Ho visto il declino di tutte le company town lungo la “Rust Belt”, la cintura della ruggine americana: quando la compagnia cade o si ridimensiona, declina anche le città. A Torino, la Fiat ha avuto un brusco ridimensionamento rispetto agli anni in cui aveva duecentomila addetti, ma la città ha tenuto, e invece di declinare ha usato la propria cultura industriale per trovarsi nuove vocazioni. Il risultato: Torino è, per certi aspetti, più vitale di tante altre italiane. Ricordo bene quando la città era in bilico, e per le mia esperienza internazionale spesso venivo invitato a cena, insieme agli ospiti stranieri. Il modo in cui destra e sinistra hanno unito competenze e conoscenze per ottener le Olimpiadi, fa di Torino un caso unico, un modo per sfruttare le proprie potenzialità che altre grandi città italiane, come Milano, Roma, Napoli, non hanno.

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17 febbraio 2010 / Umberto La Rocca

Torino vs. Genova

«Torino e Genova hanno avuto problemi analoghi dopo la crisi del modello industriale: Torino con la perdita di centralità della Fiat, cioè del sistema privato; Genova con la crisi delle partecipazioni statali. Entrambe hanno affrontato il passaggio alla società post-industriale, ma Torino mi pare che ne sia uscita meglio, mentre Genova ancora sta combattendo. Non sono solo io a dirlo. Tyler Brûlé del “Financial Times” ha scritto che Genova è una città bellissima e vitale, ma che i suoi problemi con le infrastrutture e le carenze della classe dirigente la tengono in bilico: può diventare una Napoli del nord o prendere esempio da Torino e rilanciarsi.
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10 febbraio 2010 / Gad Lerner

Torino “meno sfigata”

«Si percepisce da fuori una Torino più solida rispetto ai tempi della mia gioventù, la stagione del conflitto sociale, della vicenda drammatica delle espulsioni alla Fiat, poi conclusa con la marcia dei Quarantamila. Allora Torino aveva un’immagine molto forte, ma anche molto piagata. In seguito, negli anni in cui ci ho vissuto, tra il ‘93 e il 2002, Torino si stava deindustrializzando, conosceva altri momenti di estrema incertezza e instabilità. Poi è prevalsa un’operazione anche un po’ cosmetica: la ristrutturazione del centro storico, gli eventi, un’amministrazione comunale più salda rispetto al passato anche nel rapporto con la Fiat, hanno dato un’idea di tranquillità e dinamismo. Può darsi che ci sia il trucco, ma oggi Torino, a livello nazionale, è percepita come “meno sfigata” di quanto non fosse in altri tempi.

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10 febbraio 2010 / Aldo Cazullo

Meno bella, ma contava di più

«Torino la trovo cambiatissima; trovo che ha cambiato colore e umore. Una volta era tutta giallina, poi ha riscoperto i colori barocchi originali e ha iniziato a colorare le case, come al villaggio olimpico. Avvenimenti come la fusione Intesa-Sanpaolo, qualche anno fa sarebbero stati visti come l’ennesimo scippo di Milano; adesso, a parte qualche mal di pancia, sono interpretati come il modo per restare agganciati alle grandi concentrazioni e trasformazioni bancarie. Tutto questo non dipende solo dalle Olimpiadi: è l’aria che è cambiata. Io vedo un collegamento con la scomparsa dell’avvocato Agnelli, evento molto temuto e a cui la città ha saputo rispondere, sia nell’immediato – penso alla processione notturna al Lingotto – sia in seguito, mostrando a se stessa di potercela fare anche senza questa figura. Torino non è mai stata così bella.

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4 febbraio 2010 / Giulio Anselmi

Quel che è bene per la Fiat

«Credo che Torino viva un po’ di rendita. Quando sono arrivato, nell’estate del 2005, la città viveva ancora i postumi della crisi della famiglia Agnelli, i problemi dell’occupazione. Torino appariva una città di tanta tristezza. Poi, molto rapidamente, il recupero della Fiat e le Olimpiadi dettero la sensazione di una città radicalmente cambiata. Questa immagine di Torino, con un senso preciso di sé, bella, vivace, con modernità culturali e attenzioni particolari – Torino meglio di Milano, dissero tanti milanesi – è un’immagine che ancora resiste. Tuttavia io credo che non sia del tutto autentica. La nuova Torino – la città che voleva stare bene a prescindere dalla Fiat, ma non si faceva illusioni di poter rinunciare al ruolo della Fiat – ha fatto molti passi avanti. Non sono sicuro che questo basti, perché gli interrogativi che si sono venuti ponendo in questi anni sono sempre più forti. Il futuro della Fiat, legato ai disegni di Marchionne, porta conseguenze che si possono ripercuotere su Torino in modi diversi e non necessariamente positivi. La vivacità di Torino è bello trovarla nel libri di Culicchia, non sono certo che in termini di fotografia quotidiana sia sempre così.

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4 febbraio 2010 / Ezio Mauro

La città del lavoro

«L’immagine di Torino è in fortissima risalita, da quando gli italiani hanno fatto una scoperta tardiva: che la città è molto bella. Un fatto di cui, dopo, si sono accorti anche i torinesi. La svolta simbolica sono state le Olimpiadi, che hanno permesso ai torinesi di vedere la città con gli occhi degli ospiti stranieri: Torino è apparsa una città ambiziosa, ripulita, capace di valorizzare il proprio patrimonio storico-monumentale. Ricordo bene i reportage dei giornali stranieri, in particolare il “Wall Street Journal”… penso che la città viva una stagione molto fortunata.

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