17 febbraio 2010 / Umberto La Rocca

Torino vs. Genova

«Torino e Genova hanno avuto problemi analoghi dopo la crisi del modello industriale: Torino con la perdita di centralità della Fiat, cioè del sistema privato; Genova con la crisi delle partecipazioni statali. Entrambe hanno affrontato il passaggio alla società post-industriale, ma Torino mi pare che ne sia uscita meglio, mentre Genova ancora sta combattendo. Non sono solo io a dirlo. Tyler Brûlé del “Financial Times” ha scritto che Genova è una città bellissima e vitale, ma che i suoi problemi con le infrastrutture e le carenze della classe dirigente la tengono in bilico: può diventare una Napoli del nord o prendere esempio da Torino e rilanciarsi.

«Gli ultimi anni hanno cambiato molto la psicologia dei torinesi. Quando sono arrivato nel 2001, uscendo la sera dopo la chiusura del giornale, non si vedeva in giro nessuno; quando sono ripartito nel 2009 ho lasciato una città piena di vita nel centro storico. Può sembrare un dato di superficie, ma in realtà riflette un animus della città, la predisposizione a entrare in contatto con gli altri, anche a cambiare. Spingere sull’acceleratore di un certo terziario del tempo libero è caratteristico di una città moderna; inoltre Torino ha saputo vendere la propria immagine – una cosa non da poco per una città un po’ ritrosa a mettersi sotto i riflettori, come Genova. Su come sia stato possibile, io credo che l’elemento essenziale sia stata la capacità della classe dirigente politica, il sindaco in primo luogo, di tessere una rete di relazioni e di consenso per fare sistema. Vista da qui, la differenza è palpabile: Genova è piena di risorse, per certi aspetti è più bella e drammatica di Torino, ma non trova un’unità di intenti e una direzione politica in grado di esercitare capacità decisionale. L’altra faccia della medaglia è che a Torino decide una cerchia ristretta di persone e di istituzioni; questo è un fatto evidentissimo.

«Torino sta avviando, con tutte le lentezze italiane, un processo di integrazione progressiva della macroarea del nordovest, e in questa relazione con il nord credo che la città abbia molte chance. Nonostante la sua posizione geografica appartata, si ritrova al crocevia di una rete importante di comunicazioni e di flussi, legata al collegamento Torino-Lione e all’integrazione con Milano. Il secondo è un processo inevitabile, dettato dall’evoluzione economica e sociale dell’intera area: stiamo parlando di avvicinare due città che hanno una distanza grosso modo pari a quella fra un capo e l’altro di Los Angeles. Rispetto a Genova, le due città avrebbero da dirsi molto. Iride è un esempio classico di integrazione, ma resta da affrontare il nodo della logistica e del retroporto. Infine, il peso effettivo del Corridoio 5 rimane una vera incognita nei tempi e nella realizzabilità. Mentre noi stiamo parlando, a ritmi forsennati la Russia costruisce una seconda Transiberiana, percorsa da megatreni di 500 vagoni che viaggiano a 150 km all’ora e hanno una capacità pari a tre navi di grande tonnellaggio. Si corre il rischio che in pochi anni cambi completamente la situazione globale del trasporto merci. Il mondo corre veloce, e noi siamo abbastanza lenti. Ma questo non è un problema solo di Torino e di Genova».


Umberto La Rocca è nato a Roma nel 1959, ha iniziato la carriera giornalistica al «Messaggero. Nel 2001 è passato alla «Stampa», dove è stato capo della redazione romana e in seguito vicedirettore fino al 2009. Attualmente è direttore del «Secolo XIX».

4 Commenti

  1. 6 marzo 2010 / Democrazia 2.0 Securitate « Piata Unirii

    [...] Democrazia 2.0 Securitate Oggi è sabato e questo blog può meglio dedicarsi alla lettura della rete. A Torino è appena terminato il forum di Democrazia 2.0, il Leone d’Argento Shirin Neshat parla del suo nuovo film Donne senza Uomini, a Bucarest nevica, rileggiamo vari posts sull’interevento di Trevor Fitzgibbon e infine abbiamo trovato un post che mette a confronto Torino con Genova. [...]

  2. 2 marzo 2010 / Francesco

    L’idea di “integrare” la città piemontese con quella ligure è di assoluto interesse per entrambe le regioni.
    In uno dei commenti all’articolo si accenna all’anima europea dei due capolouoghi. Mi pare che Torino possa essere considerata sia per ragioni storiche, che geografico-economiche una citta’ che guarda al continente europeo.
    Anche Genova appartiene all’Europa, ma punta verso il Mediterraneo. Una delle sue caratteristiche più importanti è proprio quella di fare da ponte tra queste due aree.
    L’avvicinamento delle due città diventa quindi un obbietivo primario dalla rilevanza strategica per il futuro del nordovest.
    Tuttavia questo impone alla politica non solo di cooperare, ma senz’altro di dover fare delle scelte, magari impopolari.
    Un esempio abbastanza calzante riguarda il sistema aeroportuale. Entrambe le città vantano di uno aeroporto internazionale, che deve però fare i conti con quello di Milano.
    Francamente non so come questo nodo si possa risolvere senza che entri in gioco il solito campanilismo tanto caro alla politica italiana.

  3. 25 febbraio 2010 / arianna

    Concordo moltissimo con quanto detto da Elena, l’analisi è quanto mai azzeccata. Io sono nata a Torino e abito da sempre in Barriera di Milano, il quartiere interessato forse più di tutti alla riqualificazione del tessuto urbano. Per motivi che non sto a raccontare conosco abbastanza bene anche Glasgow, e debbo dire che ogni volta che ci vado, trovo similitudini con Torino a mio avviso sorprendenti. Glasgow condivide con Torino una storia industriale del passato, era anch’essa in declino drammatico rispetto ad Edimburgo per esempio, ma ha saputo “ripensarsi” e rinnovarsi massicciamente e oggi tutti concordano che Edimburgo è la capitale amministrativa e poltica della Scozia, ma il cuore vero e pulsante di tutte le nuove tendenze è solo Glasgow…Per quel che riguarda Barriera di Milano, basterebbe rendersi conto che a mano a mano che la città avanza, anche questo quartiere, un tempo periferico e industriale, verrà inglobato al centro, dal quale dista meno di mezz’ora a piedi. Barriera di Milano è estremamente commerciale, facilmente percorribile e con belle palazzine di inizio novecento, spesso decadenti per banale incuria, ma poco verde pubblico. E’ sovrappopolata, piena di casi sociali difficili, trascurata dai vecchi proprietari di appartamenti ora affittati spesso in nero ad extracomunitari, e ha bisogno di decongestionarsi “umanamente”. Ha bisogno di una riqualificazione efficace e inesorabile. Ma è proprio da questo quartiere che parte la più grande sfida che la città abbia mai raccolto. E vincendola Torino, la città-laboratorio di idee potrà tornare a mio avviso ad essere un caso studiato dalle Università di mezzo mondo, perchè avrà saputo, come ha fatto nel passato, proporre un modello alternativo in grado di rompere la staticità e lo sconforto generati dal momento di crisi che il paese sta vivendo.

  4. 24 febbraio 2010 / elena

    Il percorso di Torino degli ultimi anni e l’idea che oggi si ha all’esterno sono, a mio avviso, la giusta rappresentazione della duplice natura di questa città.
    Da un lato l’operazione di rilancio di questi anni dimostra la sua radice europea e il suo legame con l’Europa. Non a caso, è forse l’unica città italiana che ha davvero saputo cogliere le tendenze rinnovatrici che si sono registrate nelle politiche urbane a partire dagli anni ‘90. Torino ha da un lato saputo guardare all’esperienza delle altre città (e non mi riferisco solo a Barcellona, ma anche a Glasgow) e dall’altro è stata parte attiva di questo processo con, ad esempio, l’adesione a Quartiers en crise.
    In questo credo che Torino, e forse Genova, pur con tutti i limiti, siano forse gli unici casi in Italia di quel rinnovamento urbano che ha caratterizzato l’Europa degli ultimi anni. Torino e Genova sono quindi due città in cui l’appartenenza all’Europa è a mio avviso evidente. Roma, invece, proprio per la sua natura forte non solo non sembra guardare all’Europa (cosa sicuramente giustificabile, data la posizione geografica) ma è ben lontana anche dall’idea di area mediterranea.
    Allo stesso tempo però Torino sconta la “paura del provincialismo”: il venir meno di simboli forti come la FIAT intimorisce la città, la diversificazione dell’economia viene vista più come una mancanza di identità che come una reale possibilità di stabilità e successo. La ricerca e l’hi-tech, la formazione e l’arte contemporanea non vengono riconosciuti come settori forti in grado di rappresentare la città al di fuori dei suoi confini e così si cerca rifugio nel passato industriale che non si vuole lasciare andare. Sbagliando.

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