«Appena ho iniziato a lavorare per “La Stampa”, dalla redazione di Roma, una delle prime cose che ho capito era il rapporto difficile tra le due città: distaccato, in alcuni casi polemico, comunque di grandissima lontananza. Se ci sono due mentalità difficili da accostare, sono la cognizione del lavoro tradizionale torinese – l’impegno, il gusto del lavoro ben fatto, il lavoro che riscatta e va fatto anche quando è difficile – e l’idea tutta torinese di Roma come città fatta di politica, imbrogli, perdita di tempo. Mi ero da poco trasferito a Torino, per dirigere il giornale, quando avvenne la designazione per le Olimpiadi invernali. Decidemmo allora di fare un giornale speciale, per quei tempi, a colori, con i cerchi olimpici in prima pagina, ed io scrissi un breve commento, intitolato Cosa vuol dire non essere Roma, in cui mettevo in relazione la vittoria di Torino con la sconfitta di Roma, candidata nel 2004. L’opposto esito delle candidature corrispondeva perfettamente alla diversità fra le due città: Roma aveva vissuto l’esperienza in modo politico e mondano; Torino come un’occasione di rilancio, per emergere e promuovere il proprio marchio nel mondo, risultando così più credibile. L’editoriale, che suscitò un vespaio, fu la mia prima occasione di rapporto pubblico con i torinesi: a Roma tra i tassisti c’era chi, riconoscendomi, non voleva farmi salire in auto, a Torino la gente mi fermava per strada per congratularsi.
«L’anno in cui arrivai a Torino fu anche quello del centenario della Fiat, che stava giocando una partita eccezionale sul piano della comunicazione e della presentazione di un secolo della sua storia. Erano state avviate una serie di iniziative di grande qualità (come la mostra fotografica Passeggiata italiana, lungo i portici), affidate anche a persone che non provenivano dall’azienda. Complessivamente emergeva una visione favorevole al sistema industriale; l’attenzione rivolta al passato, alla celebrazione del sistema Fiat in un momento in cui cominciava in verità a non essere più tanto solido. Gli effetti della globalizzazione si potevano misurare da almeno dieci anni, eppure nell’animo dei torinesi restava una disponibilità incondizionata a fare qualsiasi sacrificio perché gli equilibri non si modificassero. C’erano molte ipotesi sulla possibilità che attività diverse, come quelle legate ai servizi, al terziario, al turismo o alla gastronomia, nel tempo potessero diventare alternative a un’attività industriale declinante. Sulla “Stampa” scriveva Carlin Petrini, uno dei guru più riconosciuti di questa corrente d’opinione, ma personalmente non ho mai creduto che la gastronomia potesse sostituire l’industria a Torino e in Piemonte. Il tentativo di sviluppare un’economia alternativa alla manifattura l’ho visto crescere durante tutto il mio mandato da direttore, ma non potrei dire che i torinesi si siano applicati con la stessa passione con cui si applicano al lavoro di Fiat. Sanno di dover trovare alternative, ma la loro segreta speranza è che la vocazione industriale non scompaia del tutto. In questo senso non ritengo un caso che il rilancio operato da Marchionne sia avvenuto a partire da Torino: non soltanto perché si tratta di un distretto industriale, ma perché l’azienda conosce la mentalità dei suoi lavoratori e concittadini. L’attaccamento dei torinesi alla Fiat è particolare.
«L’aspetto di Torino, da quando arrivai nel settembre ‘98, è infinitamente migliorato, e proprio il centenario Fiat fu una delle prime occasioni per rimetterla a nuovo. Stiamo parlando di una città che si è rifatta il look come nessun’altra il Italia. Il primo Natale che vi trascorsi era anche il primo anno di Luci d’Artista: fui sommerso di lettere di torinesi che si domandavano se non ci fossero modi più intelligenti di spendere i soldi. Mi sorprese questo rovesciamento di prospettiva, e anche questa fu un’occasione per conoscere uno dei caratteri della città. Un altro aspetto caratteristico mi fu descritto come la “coesione istituzionale”: un sistema per cui, fra schieramenti politici opposti, c’è un’aperta collaborazione per fronteggiare problemi o raggiungere obiettivi comuni. Da un lato, era la naturale proiezione di una mentalità abituata a confrontarsi con la realtà e ad affrontare sempre i problemi in prima persona. Ma in alcuni casi, in occasione di scandali amministrativi, era lecito chiedersi se questa coesione, che non distingue chiaramente le responsabilità, non potesse celare risvolti d’altro genere. Forse è la deformazione professionale di chi ha fatto per la maggior parte della vita il cronista politico, ma apprezzo la distinzione netta fra una maggioranza che governa e un’opposizione che controlla».
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Marcello Sorgi è nato a Palermo nel 1955. Ha cominciato la carriera giornalistica a “L’Ora”. È stato cronista, inviato e notista politico per “Il Messaggero” e “La Stampa” ( per cui è stato anche corrispondente da Londra, direttore e, attualmente, editorialista). Ha diretto il Giornale Radio Rai e il Tg1. Ha pubblicato il libro intervista con Andrea Camilleri, “La testa ci fa dire”, e il volume “Edda Ciano e il comunista”, di cui è in corso la trasposizione cinematografica. È stato curatore della mostra fotografica “Il Secolo dell’Avvocato”, dedicata alla vita di Gianni Agnelli; ha pubblicato un saggio sullo stesso tema.
