«Si percepisce da fuori una Torino più solida rispetto ai tempi della mia gioventù, la stagione del conflitto sociale, della vicenda drammatica delle espulsioni alla Fiat, poi conclusa con la marcia dei Quarantamila. Allora Torino aveva un’immagine molto forte, ma anche molto piagata. In seguito, negli anni in cui ci ho vissuto, tra il ‘93 e il 2002, Torino si stava deindustrializzando, conosceva altri momenti di estrema incertezza e instabilità. Poi è prevalsa un’operazione anche un po’ cosmetica: la ristrutturazione del centro storico, gli eventi, un’amministrazione comunale più salda rispetto al passato anche nel rapporto con la Fiat, hanno dato un’idea di tranquillità e dinamismo. Può darsi che ci sia il trucco, ma oggi Torino, a livello nazionale, è percepita come “meno sfigata” di quanto non fosse in altri tempi.
«Considerando i vertici del “triangolo industriale” di mezzo secolo fa, si guarda da tempo a Milano come a una città che patisce inefficienze, litigiosità e ritardi anche nel ridefinire la propria struttura urbanistica; Genova si è piuttosto fermata. Dal canto suo, il nord est sta subendo il contraccolpo di un periodo di grande crescita, scontando tensioni sociali fra i ceti produttivi. Può appartenere alle categorie dei luoghi comuni dei giornalisti, ma non succede più di andare a Torino per raccontare i malesseri del nord Italia.
«Rispetto al territorio piemontese, è talmente forte l’attrazione del polo di Torino che il tema, per le altre province, è come entrare di più in relazione con gli eventi e le attività della città, come rompere la barriera città/campagna, si sarebbe detto una volta. Un raccordo con il territorio favorirebbe anche la crescita di Torino: colpiscono esperienze come Eataly, che mostra come la tradizione agricola piemontese può diventare potere economico, e Slow Food, esperimento nato appunto in provincia. Anche con fatturati esili, forme di incontro di questo tipo dimostrano che il Piemonte è una dimensione ancora importante per Torino.
«Se fossi ancora giornalista a Torino, andrei a verificare cosa c’è dietro la scenografia: occupandomi del caso Motorola, ho visto che il tema della ricollocazione delle strutture produttive dell’economia locale è ancora aperto. Quello che rimarrà come elemento simbolo negativo della Torino di inizio millennio, la tragedia alla ThyssenKrupp, ha squarciato il velo sul peggioramento della condizione operaia e sulla difficoltà nella mobilità sociale. Eppure, sul piano della comunicazione, si è vista la capacità della città di indignarsi, di fare della Thyssen un tema collettivo che coinvolgeva insieme quartieri popolari, chiesa e magistratura, e dava l’idea di una città meno disgregata di altre. Forse sono condizionato dal fatto di essere tornato a vivere a Milano, ma quando torno a Torino vedo una città migliore».
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Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954. Dall’avvio dell’attività giornalistica, nel 1976, a lavorato in numerosi quotidiani e settimanali, dal «Manifesto» all’ «Espresso», dalla «Stampa» (di cui è stato vicedirettore dal 1993 al 1998) al «Corriere della Sera». Altrettanto importante la carriera televisiva, come ideatore e conduttore di programmi di approfondimento. È stato per breve tempo direttore del Tg1. Dal 2001 lavora a La7.
