4 febbraio 2010 / Giulio Anselmi

Quel che è bene per la Fiat

«Credo che Torino viva un po’ di rendita. Quando sono arrivato, nell’estate del 2005, la città viveva ancora i postumi della crisi della famiglia Agnelli, i problemi dell’occupazione. Torino appariva una città di tanta tristezza. Poi, molto rapidamente, il recupero della Fiat e le Olimpiadi dettero la sensazione di una città radicalmente cambiata. Questa immagine di Torino, con un senso preciso di sé, bella, vivace, con modernità culturali e attenzioni particolari – Torino meglio di Milano, dissero tanti milanesi – è un’immagine che ancora resiste. Tuttavia io credo che non sia del tutto autentica. La nuova Torino – la città che voleva stare bene a prescindere dalla Fiat, ma non si faceva illusioni di poter rinunciare al ruolo della Fiat – ha fatto molti passi avanti. Non sono sicuro che questo basti, perché gli interrogativi che si sono venuti ponendo in questi anni sono sempre più forti. Il futuro della Fiat, legato ai disegni di Marchionne, porta conseguenze che si possono ripercuotere su Torino in modi diversi e non necessariamente positivi. La vivacità di Torino è bello trovarla nel libri di Culicchia, non sono certo che in termini di fotografia quotidiana sia sempre così.

«In Europa, il nostro paese è quello con le massime presenze industriali dopo la Germania. Fiat è il primo gruppo industriale nazionale e, se diventasse meno torinese, per la città sarebbe difficile pensare a una sostituzione. È certamente opportuno che i soggetti economici in città siano tanti, ma chi ha vissuto a Torino sa quanto Fiat sia ancora importante in mille declinazioni. Detto questo, non bisogna esagerare nel “torinesizzare” i problemi di Torino. L’Italia si trova nella parte del mondo dove competitività e sviluppo camminano meno. All’interno di questo generale rallentamento dell’area, l’Italia è a sua volta il paese più lento. Terzo, in Italia la zona di maggior rallentamento è proprio il nordovest: cioè quella che una volta era l’area di traino, oggi non lo è più; le grandi città di Torino, Milano e Genova appaiono malcerte e confuse sul proprio futuro. Torino è calata in questo contesto. In tal senso fu un po’ paradossale definirla meglio di Milano, per sottolineare la distanza fra il declino della prima e i tentativi di innovazione della seconda. Nel futuro molto dipenderà da un quadro che la travalica Torino».

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Giulio Anselmi è nato a Genova nel 1945. Giornalista da più di 40 anni, è stato alla guida di numerose testate: «Il Secolo XIX», «Il Mondo», «Il Messaggero», il «Corriere della Sera» (come condirettore), «l’Espresso» e «La Stampa» che ha diretto dal 2005 al 2009. È stato anche direttore dell’Ansa, di cui è attualmente il Presidente.

8 Commenti

  1. 11 febbraio 2010 / Giulj

    Torino è la mia città…non perchè ci sia nata, ma perchè è stata la mia vera prima città e l’ho voluta io, con tutti i denti, contro chi mi dice “cosa vai a fare? non c’è niente, solo fabbriche e nebbia… hai la possibilità di andare dove vuoi…”. Ed io no, Torino… un perchè non c’è…potevo sceglier davvero qualunque altra città, magari più universitaria…sì perchè nel 1998 ho lasciato le montagne lombarde per venire a studiare a Torino…forse il caso, la simpatia per un siciliano che più avanti si sarebbe trasferito qui… io dentro di me ho sempre creduto di averla nel cuore e di sentirla più mia di molte altre città. Quanto è cambiata dal 1998: il centro, l’università, l’esperienza olimpica (per me che ci ho lavorato anche…, ma anche la periferia, i quartieri che tutti definiscono degradati… Tutti coloro che sono venuti in questi anni a trovarmi sono rimasti a bocca aperta… la mole sì, palazzo madama e il castello su una piazza fantastica, piazza vittorio e il po…ma soprattutto le stradine del centro, l’aria di libertà e la voglia di scoprire che sembra allieggiare negli angoli delle strade. Oggi che ho una bimba e forse ci faccio più caso, scorgo bellissimi parchi giochi e verde pubblico nascosti qua e là, leggo le proposte e le alternative che associazioni ed enti ci mettono sotto il naso e che, forse, troppo poco sfruttiamo…
    Certo non dimenticherò mai la mia esperienza di servizio civile al Museo del Risorgimento a Palazzo Carignano e lo stupore dei miei amici torinesi che mi chiedevano: “Perchè a Torino c’è il Museo del Risorgimento…?”.
    Forse adesso un altro piccolo passo in più, tocca ai Torinesi, a me e alla mia bimba…

  2. 11 febbraio 2010 / michelsons

    … per non dimenticare il Salone del gusto, Torino Film Festival… Oggi Giovanni Minoli ha assunto la presidenza del Castello di Rivoli (e Torino è riconosciuta come capitale europea dell’arte contemporanea). Oggi si è anche celebrato il centenario della costituzione di Confindustria, a Torino. E qui hanno inventato molte, moltissime cose, oggetti e istituzioni che continuano a vivere e produrre reale in Italia e nel mondo.
    Proviamo a vederla in modo non ‘lagnoso’: i torinesi sono concreti, fanno e non amano vantarsi, per cui come individui devono migrare per ottenere riconoscimento, come istituzioni (in senso lato) devono ricollocarsi altrove. Non sanno comunicare se stessi, le proprie idee, le proprie realizzazioni – cosa che ad esempio a Milano sanno fare molto bene. Non c’è da stupirsi che poi si lamentino.,,..

  3. 9 febbraio 2010 / sonia

    Sono nata a Torino, vivo a Torino, lavoro a Torino (ho sempre rifiutato offerte di lavoro fuori Torino) e, da buona torinese, mi lamento. Mi lamento per quello che non si fa ma si potrebbe fare, del fatto che “i soliti noti” siano ovunque e comunque, di quanto ogni nuova campagna elettorale mi faccia sentire sempre più “né di destra né di sinistra”.
    Anni fa se parlavi di Torino con degli stranieri, o anche solo con abitanti di altre regioni, prima ti commiseravano perché ci vivevi e poi i tuoi interlocutori citavano le due sole cose che conoscevano della città: la FIAT e la Juventus; e pensavano che fosse tutto lì, una città fabbrica e una squadra di calcio di proprietà della stessa famiglia che, di fatto, possedeva l’azienda.
    Ogni volta che provavi a parlare dei palazzi neoclassici, del parco del Valentino, della collina, del centro storico, coloro che non erano mai stati a Torino, e non avevano nessuna intenzione di venirci, facevano la faccia di chi ha appena incontrato un provinciale che non si è mai allontanato per un raggio superiore a cento chilometri dal posto dove vive e lavora.
    Oggi Torino è quasi vergognosa della sua memoria industriale, questa città identificata con una fabbrica e con il grigio dei quartieri costruiti per dare casa agli operai qui approdati negli anni Cinquanta, quando i lavoratori immigrati arrivavano in massa dal sud, i più poveri con la valigia di cartone, e sulle case c’erano cartelli con scritto “non si affitta a meridionali”, che si diceva che erano così strani che la vasca da bagno la usavano per piantarci i pomodori.
    Ora non c’è più la città fabbrica e la bella parentesi olimpica fa parte della storia. La vivacità nemmeno io la vedo, vedo però tante buone volontà represse, vedo la burocrazia al posto delle boite, vedo belle iniziative frenate perché manca un progetto a medio lungo termine, vedo che i soldi sono pochi ma nonostante ciò non sempre ci si preoccupa di non sprecarli, ascolto cassandre che prevedono per il futuro una città di vecchi e poveri, con badanti povere, e mi ostino a dire che non sarà così.
    E poi mi dico che l’oggi lo percepiamo sempre un po’ più difficile di quel che è, il passato sembra a volte meno “gramo” di quel che è stato, e che nel futuro riponiamo grandi speranze o abbiamo aspettative catastrofiche a seconda dell’inclinazione della nostra razionalità limitata. E ripenso a Italo Calvino: “La magnificenza e prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nelle vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può pensare con nostalgia a quella che era”.

  4. 9 febbraio 2010 / paola

    In effetti Torino nel 2006 ha avuto il grande privilegio di ospitare i giochi olimpici invernali e all’improvviso il mondo si è reso conto della sua esistenza, che fosse splendida, che fosse ospitale.
    Nel 2008 Torino è stata la PRIMA Capitale Mondiale del Design, ma forse questo nemmeno i torinesi lo hanno saputo…però corriamo a Milano al Salone del Mobile e vorrei contare sulla punta delle dita quanti milanesi sono venuti a vedere le mostre e gli avvenimenti nel 2008.
    A Torino avevamo il Salone dell’Auto, ora abbiamo i manifesti del salone di Ginevra.
    Abbiamo ancora per fortuna il Salone del Libro, ma per quanto?
    A Torino il bello lo si deve andare a cercare, ma quando lo scopriamo è una meravigliosa sorpresa…

  5. 7 febbraio 2010 / Torino vista da fuori

    [...] primi due sono quelli di Giulio Anselmi ed Ezio [...]

  6. 6 febbraio 2010 / Giuliano Lonardi

    C’è una caratteristica che distingue Torino da Milano: il suo non sapere fare squadra; la maledizione della sua struttura urbanistica e sociale, la divisione in cellule, centurie, isole.
    Ogni ambito ed ogni gruppo lavora molto e parla poco con gli altri; questo non solo provoca la noia ma limita lo sviluppo. Infatti,ogni cellula è sola nel produrre sviluppo e spesso da sola non ce la fa. Ma nessuno la aiuta, perchè non ha comunicato e perchè anche le altre cellule sono solitarie.
    Non è una parabola, è un modello interpretativo che funziona ogni volta che lo si applica…anche a Torino Wireless.
    La soluzione? Un demiurgo che scuota la città, che la scrolli per abbattere le paratie, che crei occasioni continue di incontro e scambio, che indichi con passione gli obiettivi.
    A pensarci bene, è già lo stile di Chiamparino, dovtrebbe farlo di più, gettare ogni prudenza.
    La città è pronta a rispondere, perchè il nemico alle porte provoca voglia di coesione.

  7. 6 febbraio 2010 / michelsons

    Anselmi:
    non bisogna mai dimenticare che i piemontesi hanno una forte tendenza innata a lamentarsi… a fare i musoni (ed è per quello che si irritano per l’ottimismo milanese e l’arguzia antica genovese) – lo sostiene un torinese di quarta generazione che mai ha avuto antenati di origine piemontese.
    Quanto a Culicchia poco mi dice di Torino, preferisco Fruttero e Lucentini.
    Infine, innovazione e gerarchia (Savoia, Fiat, ecc.): per quanto luogo comune, va detto che a torino chi innova lo fa in modo un po’ anarcoide, perché in primo luogo dà scandalo (biblicasmente): del resto quante inventori torinesi hanno dovuto migrare per affermarsi?
    Alcuni anni fa intervistai un alto dirigente Fiat sulle élite al potere a Torino: mi raccontò come negli anni passati si incontrassero Valletta, Jona e il sindaco e decidessero le grandi linee di sviluppo – alla mia domanda ” e oggi come è cambiato?” mi rispose “poco, forse sono in quattro”

  8. 5 febbraio 2010 / Michele Del Prete

    Due visioni diverse, quelle di Anselmi e di Mauro.
    Condivido di più quella di Anselmi: dopo l’occasione delle Olimpiadi, Torino non è riuscita a decollare! Mi sembra abbia fatto un grande salto, tipo trampolino Olimpico, ma alla fine è rotolata ancora nella sua apatia, la sua scarsezza imprenditoriale diffusa ( Milano dove ho lavorato 4 anni mi è sembrata ben altra realtà, grazie all’assenza della Monocultura Industriale ). La classe politica, Chiamparino a parte ( una ciliegina non su una bella torta, ma su un bel “tomino che marcia” lentamente .. ) non ha aiutato per nulla i pochi tentativi REALMENTE INNOVATORI! Torino Wireless è l’esempio di come l’ intreccio Politica & Politecnico possa affondare i sogni più ambiziosi ( le 50 Start-up promesse nel settore Wireless ). Non hanno nemmeno avuto il coraggio di collaborare un pò con Cambridge Wireless : è un pianeta troppo distante, là sono davvero Marziani rispetto ai colleghi torinesi!

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