«L’immagine di Torino è in fortissima risalita, da quando gli italiani hanno fatto una scoperta tardiva: che la città è molto bella. Un fatto di cui, dopo, si sono accorti anche i torinesi. La svolta simbolica sono state le Olimpiadi, che hanno permesso ai torinesi di vedere la città con gli occhi degli ospiti stranieri: Torino è apparsa una città ambiziosa, ripulita, capace di valorizzare il proprio patrimonio storico-monumentale. Ricordo bene i reportage dei giornali stranieri, in particolare il “Wall Street Journal”… penso che la città viva una stagione molto fortunata.
«Dal punto di vista del vivere bene, della bellezza dei luoghi, il Piemonte intero merita di essere valorizzato perché ancora poco conosciuto. Ma questo nuovo filone non deve andare a discapito della natura tradizionale di Torino come “città del lavoro”, dove si è formata una cultura del lavoro che tiene insieme conoscenza ed esperienza operaia con spirito imprenditoriale. Si tratta di un passaggio molto delicato, in ragione della tendenza sempre più sovranazionale della Fiat, che può progressivamente indebolire la presa della città sulla multinazionale dell’auto. Quando gli operai torinesi corrono il rischio d’essere invisibili agli occhi stessi della città, il risultato è l’indebolimento di una realtà che dovrebbe preoccupare tutti. Torino non giocherà mai più il ruolo che aveva negli anni ’70, come città simbolo del lavoro e della soggettività operaia e imprenditoriale: non è possibile, non lo pensa nessuno; tuttavia la città può avere ancora un ruolo simbolico importante nell’economia del paese. L’Italia si è fermata in questi anni dietro a rappresentazioni sbagliate – dalla cometa del nord est alla delocalizzazione delle imprese –; solo adesso il nord ovest, a lungo sottovalutato dalla politica e dall’establishment, sta ritornando importante.
«Una debolezza di Torino è il carattere lamentevole che la spinge a guardare continuamente al passato, a rimpiange quel che si è perso, come se avesse bisogno di un ancoraggio a cui fare continuamente riferimento. È una mentalità in netto contrasto con la pratica, poiché stiamo parlando di una città che sa costruire pezzi di futuro importanti per se stessa e il paese: Torino è una città che sa cambiare ricetta. Ricordo bene la crisi di qualche anno fa, quando in città si respirava come in una cappa… ma la vera cappa l’abbiamo vissuta negli anni ’70 con il terrorismo: anche in quel caso la città seppe reagire, fare blocco e venirne fuori».
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Ezio Mauro è nato a Dronero nel 1948. Ha iniziato l’attività giornalistica nel 1972 collaborando con la «Gazzetta del Popolo», per passare nel 1981 alla «Stampa», di cui è stato inviato speciale, corrispondente dagli Stati Uniti e infine direttore. Dal 1996 sostituisce il fondatore Eugenio Scalfari alla guida della «Repubblica».

Ancora non so se musone sia eguale a lamentoso ma grazie a Flavio comunque.
Oggi leggendo Stampa on line e Repubblica ho notato che mentre su quest’ultima si parla di problemi a carico delle infrastrutture sotterranee da me come da tanti altri quasi sognate, vedasi linee metropolitane…
su Stampa invece non se ne parla! Eppure il procuratore aggiunto Guariniello aveva aperto un’ inchiesta: vero o falso che sian fuori dalle norme di sicurezza le nostre gallerie? Addirittura???
Quanto all’idea senz’altro lodevole di mettere le statue di Moore al Lingotto, beh, esageruma nen…
stilisticamente ridondanti accanto all’8 Gallery?
FORSE… buon viaggio, blog!
Il carattere lamentevole finge di rimpiangere quel che si è perso, in realtà si sta già pensando al futuro. Se tutto rimanesse a Torino ne risentirebbe la sfida quotidiana alla creatività.
Insomma, dobbiamo chiederlo ad Ezio Mauro cosa vuole dire musoni? Musoni alla piemontese? Allora lo sono anche io… ?!
Non ho scritto che si deve pensare solo ai propri sbagli, c’è il SE, ipotetico, simile a forse! E se devo pensare ad aggettivi per un mio conterraneo, mi vengono in mente ostinato, silenzioso, pragmatico, anche testone (come me), spiacente ma non musone.
Poco importa se la descrizione è matericamente o metaforicamente correlata all’oggetto di cui si dibatte, la questione in ballo è un’altra…
Il futuro, per tutti noi, che facciam fatica a vederlo, anche perchè come avevo letto un pò di giorni fa:
“…siamo tutti fermi, con il GPS in mano” in attesa di un segnale. In su leggero come una piuma, seeyousoon, Michelsons!
non credo di esagerare, sono fiero di esssere torinese da 4 generazioni, ma non apprezzo i musoni, dovunque essi siano – e qui ce ne sono molti.. non li apprezzo perché non li capisco antropologicamente: che ci stai a fare al mondo allora? Un tempo sostenevo che To era come NY, altrettsnto dura e ricca, ricchissima di sogni e creazione – lo penso ancora.
Silver mi ricorda, ci ricorda, che non siamo provincia – il parallelo con Atene non riguardsa solo le olimpiadi, lei usa parole greche per descrivere le nostre vie e le colline (in senso metaforico ?) – ma per favore, Silver, perché quando ci svegliamo al mattino dobbiamo pensare solo ai nostrri eventuali sbagli? musonaggine?
Personalmente mi dispiace non trovare nessun commento proprio qui, per cui ci provo io. L’ho scelto principalmente per il titolo, emblematico… già, il lavoro ai tempi della crisi, quando sui giornali quotidianamente ognuno fornisce i numeri di un lungo periodo blu, la crisi sistemica di cui ha parlato anche Beccattini in una serie di interviste recenti… e poi perchè anche Mauro dice che Torino in ogni modo ha saputo cambiar ricetta, comunque ha diversificato. Bene, ERA ORA ne sono convinta anche io, che per casi della vita ho abitato per qualche annetto anche ad Atene, in periodo olimpico la mia tenda era ancora piantata lì: posso assicurare che facendo i debiti paragoni le cose sono andate abbastanza diversamente, i colori della polis sono stati ben poco scalfiti, anche perchè il grigio va bene con tutto, soprattutto nella sua sfumatura-cemento. Può essere come giustamente insinua Gad Lerner che “il trucco ci sia stato”ma quando son tornata a To giusto in tempo per godermi i preparativi per le Olimpiadi invernali, beh, anche io e tante altre persone malate di scetticismo, abbiam dovuto ammettere che -forse-finalmente si poteva respirare un’ aria un pò diversa. Il resto è racconto più o meno recente di tanti pregi, direi energie che per vezzo non si volevan vedere. Avremo fatto le cicale? Bene, vorrà dire che torneremo a fare le formichine, le persone serie, senza tanti grilli per la testa, quadrata come la pianta di Augusta Taurinurum. C’è una cosa che mi preme dire (una fra le tante): questa città ha dato molto, non solo all’Italia ma in primis ai suoi abitanti, che ritengo debbano essere considerati ancora/di nuovo cittadini, e non city users, con dei diritti e dei doveri, ma per favore si torni a chiamarci con il nome che ci spetta. E i cittadini possono e devono fare insieme città, e quindi non limitarsi a guardarla. A me piace immaginare la città come un testo (hyper-text?), come un organismo vivente, che vuole poi semplicemente dire una comunità, che ogni santa mattina prima di uscire, magari per lavorare, si guarda allo specchio e si chiede: oggi è un giorno nuovo, se ieri ho sbagliato come posso rimediare? Come ricorda Ezio Mauro, Torino ha attraversato periodi bui, neri, ma ha saputo reagire. Allora una piccola ricetta potrebbe essere quella forse più antica, ovvero continuare a cercare di fare rete, massa critica (krisis, kritikos logos) nella polis, per il bene comune, ovvero di tutti; continuare a tessere i fili della “grande ragnatela” (labirinto? laboratorio?), ognuno secondo i suoi mezzi e le possibilità oggettive, cercando di tenere insieme e cucire con cautela estrema-appassionata-i mille pezzi che ci rendono appunto città, luogo di democrazia. Love Difference non è solo un’installazione luminosa a Porta Palazzo!
Adesso mi taccio,ho dato fondo al sacco delle banalità; sono sparita da To alcune volte, ma niente da fare….ha profondamente ragione Giuseppe Culicchia, TORINO E’ CASA MIA, e bisogna continuare a darse da fè, comunque sia andata e andrà la storia, di Torino e del Piemonte intero, possibilmente quello che descrive da anni Petrini, la terra che deve continuare a profumare di buono, sano e giusto, quella della mia infanzia passata nelle casette appiccicate sugli alberi, senza alcuna paura.
P.S: io non mi lamento, semmai mi incavolo…
a proposito, cosa vuol dire musoni? michelson, per piasì, esageruma nen…
[...] TorinoNordOvest ha chiesto a 15 grandi giornalisti, legati alla città Com’è Torino vista da fuori?. Ogni settimana verranno pubblicati due nuovi interventi, aperti a commenti e a dibattito. I primi due sono quelli di Giulio Anselmi ed Ezio Mauro [...]