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L’automobile snella

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Samec è una piccola impresa torinese con 20 dipendenti. Produce sistemi automatici asservimento macchine operatrici e lavora anche per il comparto automotive. Spesso Gaskets produce guarnizioni per motori e i relativi kit, ha 80 dipendenti e una forte predisposizione all’export. Sinterleghe è un’azienda di Verbania, ha 12 dipendenti, ma esporta in 38 paesi i suoi ravvivatori. Brc è un’impresa di Cherasco con 900 dipendenti che produce impianti di energia alternativa (Gpl e metano). Quattro soggetti diversi per dimensione, mercato, articolazione organizzativa, anzianità, che tuttavia hanno un tratto comune: tutte hanno avviato un profondo processo d’innovazione organizzativa che le sta lentamente trasformando in imprese snelle.

 

Sono alcune delle quindici imprese coinvolte nella ricerca Lean production e automotive. Opportunità per le imprese e competitività del sistema torinese, realizzata da tono nel 2013 su incarico della Provincia di Torino – Assessorato al lavoro, e da poco presentata. L’obiettivo dello studio comprendere i fabbisogni formativi delle imprese dell’automotive che intraprendono un processo di innovazione organizzativa integrata, traendone un decalogo di regole utile a pianificare una offerta formativa pubblica mirata per queste esigenze così particolari. Una prima sperimentazione, peraltro, è già stata svolta nel 2013, attraverso uno specifico bando aperto proprio al mondo delle imprese.

 

Secondo i suoi sostenitori, la lean production permette alle aziende che lo applicano di conseguire significativi risultati, principalmente in termini di aumento della produttività, riduzione delle scorte e dei tempi di produzione, riduzione degli errori per il cliente e degli scarti per il processo, ottimizzazione del time to market. Nato negli stabilimenti Toyota e applicato anche in Occidente da più di un ventennio il metodo lean non è tuttavia una semplice applicazione di regole e pacchetti applicativi dai nomi esotici (i cosiddetti tool) quanto piuttosto un approccio alle funzioni organizzative complesse, una forma mentis (mind set).

 

Richiede infatti, per essere applicato con successo, un radicale cambio di mentalità da parte di tutti i membri della comunità del lavoro, dal manager all’operaio in linea, e introduce un modello di gestione partecipativo in cui tutti sono idealmente formatori dei colleghi in un processo a cascata di apprendimento e cambiamento continuo. Proprio per queste ragioni l’innovazione organizzativa in chiave “snella” è esposta la fallimento, e resta una scelta assai poco praticata in Italia.

 

Ma al di là dei princìpi, come vengono gestiti nella prassi l’attuazione del sistema, i problemi che nascono e le ricadute sulle relazioni industriali di questa innovativa organizzazione del lavoro? E come entrano in gioco le politiche formative dell’impresa, considerate un momento essenziale della strategia di trasformazione continua, adattamento costante, valorizzazione del capitale umano in una impresa lean?

 

Le risposte dell’indagine.

La ricerca dà una propria risposta ad alcune fra le dimensioni salienti: l’importanza di integrare diverse dimensioni dell’innovazione (di prodotto, di processo e organizzativa) per renderla efficace; l’importanza delle relazioni fra imprese e imprenditori come stimolo ed esempio positivo, soprattutto per le PMI, per attivare le nuove pratiche; i punti critici della progettazione formativa tradizione, che dovrebbe lasciare il posto alla formazione on the job; la rapidità nella risposta delle politiche pubbliche alle esigenze delle imprese, sempre più rapide, che non sono facilitate dalla frammentazione delle risorse e degli interlocutori (dai molti Assessorati competenti su diversi aspetti dell’innovazione ai troppi Fondi Interprofessionali – 21 in Italia).

 

Si pone così inevitabilmente l’accento su un punto debole del “distretto dell’auto” torinese, laddove il Piemonte rappresenta una delle poche aree europee a forte specializzazione a non essersi dotata di una struttura di coordinamento, di stimolo, di promozione esplicitamente rivolta alle imprese appartenenti in generale alla filiera automobilistica, e più in particolare alle piccole e medie imprese.

 

Concentrando l’attenzione su questi aspetti, la ricerca ha potuto avvicinare i tanti meccanismi che legano le imprese dell’auto al sistema territoriale, considerandone le interazioni reciproche. Riflettere sull’innovazione organizzativa consente in questo senso di risalire tutta la filiera territoriale, incontrando punti d’eccellenza e punti deboli, comprendendo quali azioni intraprendere per migliorarne il posizionamento competitivo del territorio nel suo complesso. Quando si affronta il vasto argomento dell’automotive, l’importanza dei processi di innovazione organizzativa consiste nel riconoscere che l’auto è anche un prodotto di persone, con competenze che si possono arricchire per far fronte all’esplicita domanda di trasformazione che le imprese hanno. Sembra sempre più questo il bagaglio professionale necessario nel settore dell’automotive, per continuare ad innovare un prodotto così connaturato alla nostra storia.

 

Annalisa Magone

@annalisamagone

 

/Inoltre

  • Il progetto di ricerca
  • Il rapporto di ricerca (file pdf)
  • La mappa del distretto automotive (file prezi)
  • L’intervista a Pier Paolo Baretta, Sottosegretario all’Economia
  • Il dossier di Spotlight sul World Class Manufacturing