La cattiva pubblicità

/Data
7.10.2020

/Titolo
La cattiva pubblicità

/Autore
Annalisa Magone

/Risorse
• Il video dell'Intervista Snack

/Tag
fabbrica, industria 4.0, lavoro

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Le Officine Grandi Riparazioni di Torino, prima della riqualificazione

Oggi mi sono vista in tv. Qualche mese fa ho partecipato a un progetto di divulgazione Rai Inclusione Digitale, un ciclo di Interviste Snack su futuro, lavoro e digitale molto belle e rivolte ai ragazzi – tutto il ciclo è qui su Rai Play.

Il mio compito era parlare di fabbriche, più precisamente di quelle che ho avuto la fortuna di visitare e studiare attraverso le ricerche sull’industria 4.0 e il lavoro 4.0 condotte da Torinonordovest. Giovanni Carrada che mi intervistava ha cortesemente girato un po’ intorno, poi non ce l’ha fatta più e mi ha rivolto la domanda “fine di mondo”. Perché mai a uno, specialmente se è giovane, dovrebbe passare per l’anticamera del cervello di lavorare in fabbrica?

La cattiva pubblicità di cui gode la fabbrica è uno degli effetti più strambi del cambiamento sociale e generazionale in un paese come il nostro, che sulla forza innovatrice, materiale e culturale, delle fabbriche ha costruito la sua spina dorsale. Ammetto di non aver la minima idea di quale sia il problema cruciale di questo allontanamento, del disinteresse, perfino della repulsione che a un certo punto le nuove generazioni di studenti e lavoratori hanno consolidato nei confronti di luoghi che in realtà sono per molti versi magici.

Non sono neppure del tutto certa che questo sia un fenomeno circoscritto all’Italia, anche se i dati sull’apprendistato, sull’alternanza scuola-lavoro o sui percorsi di alta formazione che si sviluppano in altri paesi europei fanno intuire che l’atteggiamento è un po’ diverso. Per non parlare della denuncia costante del settore manifatturiero sulla difficoltà ad attirare manodopera (avremmo detto una volta) oppure talenti (come diciamo oggi).

Ci sono poi le reazioni a iniziative di presentazione agli studenti della “opzione lavorare in fabbrica”. Ricordo in particolare la lettera che il presidente di una Confindustria locale inviò alle famiglie dei ragazzi in procinto di iscriversi alle scuole superiori, suggerendo di non sottovalutare gli istituti tecnici. La lettera sollevò un vespaio di accuse perché si riteneva che il sottotesto fosse: volete una società fatta di operai subordinati. All’uscita del Piano Calenda, noi producemmo un video, Discorsi sulla smart factory, in un grande istituto tecnico industriale torinese, molto avanzato e attento all’innovazione, intervistando i ragazzi sulla tecnologia 4.0 ma anche sulla loro percezione della fabbrica – per loro rappresentava una opzione… possibilmente lavorando in ufficio.

Comunque sia, questo esito che appare incredibile per un paese profondamente industriale non riguarda solo le fabbriche e i lavori di fabbrica.

Recentemente il mio centro di ricerca ha avviato un progetto che ha come area di riferimento il Terzo Settore; si chiama Atelier Impresa Ibrida, ne ho parlato qualche tempo fa in un altro articolo. Ad ogni modo, dopo pochi giorni di lezioni e incontri con i nostri 100 iscritti, è venuto fuori che un problema molto serio per cooperative e imprese sociali è la limitata capacità di attirare i profili professionali di cui hanno un serio bisogno per passare ad una fase nuova – quella in cui non ci si limita ad erogare servizi dentro una visione sussidiaria, ma in cui si prova a entrare nel mercato con una propria identità e uno specifico modello commerciale.

Anche il Terzo Settore risente della medesima cattiva pubblicità. La questione della scarsa attrattività è rimasta sottotraccia in pratica per tutta la durata del corso svolto finora: che si parlasse di risorse umane o di process management, domande sul tema state rivolte a tutti i docenti entrati in aula. A una di queste domande ha risposto Daniele Marini con due consigli pratici: «fatevi conoscere di più» e «catturateli quando sono ancora giovani».

Quel presidente di Confindustria doveva aver ragione.