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Corriere Comunicazione

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27.11.2018

Il lavoro che cambia, sospinto dall’innovazione tecnologica, fa i conti con l’adeguamento legislativo. Il giuslavorista Michele Bignami dello studio legale Nctm, partner di tono nella ricerca Il lavoro che serve, prova a fissare alcuni capisaldi della trasformazione in atto e ricorda l’importanza di una elaborazione culturale che coinvolge tutte le parti.

 

Ho avuto anche personalmente modo di apprezzare come la Fim Cisl, nella persona del suo segretario, Marco Bentivogli, sia una convinta assertrice del fatto che il sindacato deve farsi parte attiva nella diffusione di un atteggiamento propositivo nei confronti della sfida che la digitalizzazione pone ai lavoratori e al sindacato. E, non a caso, proprio con la predetta organizzazione sindacale abbiamo, insieme al Politecnico di Torino, contribuito a uno studio sociologico dell’impatto di Industria 4.0 nel mondo del lavoro; un’iniziativa che ha dato alla luce anche al libro “Il lavoro che serve” (di Tatiana Mazali e Annalisa Magone, Guerini 2018) e che ha visto, per la prima volta la collaborazione scientifica di realtà tra loro così apparentemente distanti, quali il sindacato e uno studio legale tradizionalmente legato al mondo delle imprese. Segno, questo, della comune consapevolezza della importanza straordinaria del fenomeno; importanza che richiede riposte nuove e fuori dai rigidi schemi tradizionali, che sin qui hanno visto detti soggetti porsi solo in termini di contrapposizione dialettica. Ed è, altrettanto, significativo che su posizioni analoghe a quelle descritte si stiano ora muovendo anche altre realtà; ho avuto, ad esempio, modo di recente di ascoltare Maurizio Landini della Fiom Cgil esprimere il convincimento che Industria 4.0 sia un fenomeno di cui il sindacato si debba appropriare in modo costruttivo e propositivo.

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