11 gennaio 2010 / Paola Mussinatto, redazione

Giovani, carini e precari

Roberto Leombruni, ricercatore dell’Università di Torino, insieme al collega Filippo Taddei, ricercatore al Collegio Carlo Alberto, ha pubblicato sull’ultimo numero della rivista «Il Mulino» l’analisi Giovani precari in un paese per vecchi, in cui discute la situazione salariale dei lavoratori con i due tipi di contratto più diffusi in Italia: a tempo indeterminato e a tempo determinato. La loro analisi mette in evidenza una anomalia che si riscontra anche in  altri paesi: i lavoratori con contratti più garantiti (quelli a tempo indeterminato) hanno anche i redditi più elevati. Cioè l’incertezza non viene premiata e, come è scritto nell’articolo, «flessibilità non può essere una scelta».

Pur non trattando esplicitamente di chi lavora nella “zona grigia”, questo intervento ci è sembrato interessante perché porta alla luce alcuni nodi del nostro mercato del lavoro. Abbiamo incontrato Leombruni per un colloquio di approfondimento.

La situazione che descrivete nell’articolo si riferisce al 2007. Con lo scoppio della crisi finanziaria, e le conseguenze sul mercato del lavoro che si iniziano a misurare, come aggiornare la vostra analisi?
Se consideriamo le due tipologie contrattuali prese in esame – i lavoratori a tempo determinato e quelli a tempo indeterminato – dal punto di vista dei salari la crisi non ha comportato in sé un problema aggiuntivo. La situazione è sempre la stessa: i lavoratori a tempo determinato godono di tutte le tutele del contratto nazionale di lavoro, compresa la garanzia di una retribuzione “equa” rispetto alla mansione svolta, ma la grande differenza è che essi riescono di meno a fare carriera all’interno dell’impresa – che è la sola via attraverso cui, in Italia, si riescono ad avere percorsi ascendenti di retribuzione. Per chi ha un contratto a tempo determinato, l’effetto travolgente della crisi è che un’azienda in difficoltà, decisa a ridurre il proprio personale, mette in atto una scrematura che normalmente è direttamente proporzionale al grado di precarietà: incomincia con le consulenze, le collaborazioni e via via arriva ai contratti a scadenza che non vengono rinnovati. Il grosso impatto della crisi è che chi ha un contratto a tempo determinato sarà fra i primi ad essere lasciato a casa, senza neanche bisogno di essere licenziato.
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