«Sono naturalmente molte le ragioni, storiche, economiche e culturali per cui Torino è una città importante. Ma sopra ogni altra, per me c’è la presenza storica nell’editoria. Tutta la cultura letteraria italiana si è giovata del lavoro fatto dall’Einaudi, già negli anni del Fascismo. Non avremmo oggi una quantità strabiliante di autori stranieri, se non fossero stati pubblicati a Torino. E non avremmo gli scritti – e le traduzioni – di Cesare Pavese, di Natalia Ginzburg, di Italo Calvino, solo per fare alcuni nomi. È con l’Einaudi che l’Italia si avvicina, e mi viene da dire si appropria, della moderna cultura europea ed americana. Continua a leggere …
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16 marzo 2010 / Carlo Bastasin
L’America non parla di Torino
«Mi chiede se l’America parla di Torino? Recentemente, due fenomeni di rilevanza mediatica, oltretutto coincidenti, ne hanno evocato il nome – l’alleanza Fiat-Chrysler e l’uscita del film Gran Torino di Clint Eastwood – entrambi si riferiscono più all’industria dell’automobile che alla città.
11 marzo 2010 / Stefania Miretti
Il Mito del Mi-To
«Il mio è il caso di una persona che non ce l’ha fatta a stare lontana. Ho lavorato alla “Stampa” per 23 anni, e quando mi è stato chiesto di trasferirmi a Milano per fare il vicedirettore a “Gioia”, nel momento in cui si progettava un rinnovamento del settimanale, ho deciso di cogliere l’occasione e cambiare radicalmente. Inizialmente ho riorganizzato la mia vita per restare a Milano dal lunedì al venerdì e rientrare nel fine settimana a Torino, dove mio figlio vive e studia. ma attendevo l’entrata in funzione dell’alta velocità per fare il pendolare giornaliero. Fino allo scorso 13 dicembre quando, ufficialmente, mito prendeva forma. Così ho lasciato l’appartamento milanese che avevo in affitto e mi sono decisa a rientrare ogni sera.
8 marzo 2010 / Giovanna Boursier
Il torinese asburgico
«Sono appena tornata a Torino per qualche giorno, e mi è sembrata un po’ grigia, come lo è da sempre. Resta una città ambivalente. Da una parte è sicuramente migliorata: ricordo bene gli anni in cui alle sette di sera era già tutto chiuso e ci si rifugiava nelle case degli amici, nei circoli – in questo non è cambiata molto, è rimasta un po’ provinciale – mentre oggi puoi incontrare più gente, persino i turisti per strada, vedere quartieri vivi come il Quadrilatero. Il lato critico è che, nonostante le Olimpiadi, Torino non è ancora riuscita a organizzare, per esempio, una grande mostra di quelle portano tutti in città. Le Olimpiadi sono state un’occasione che la città non ha perso, ma certamente non ha sfruttato al meglio; avrebbe dovuto dare una svolta, guardare alla qualità urbana e alla cultura in modo diverso. Si continua a pensare come unica soluzione la Tav, ma secondo me è segno di scarsa fantasia. Insomma, Torino mi appare ancora come una città che facilmente si può sgretolare: al mio ritorno ho fatto alcune interviste sulla crisi, e ho incontrato davvero molta gente disperata.
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25 febbraio 2010 / Arrigo Levi
Il dubbio metafisico
«Torino è una delle città in qui ho vissuto più a lungo dopo Modena, dove sono nato. Ci ho vissuto in anni importanti, quando c’erano le Br e “La Stampa” prese una linea di condotta molto netta, che pagò con l’assassinio di Carlo Casalegno. Eppure noi ci sentivamo forti, perché avevamo alle spalle l’intera città: lo verificammo con la manifestazione organizzata il giorno seguente all’attentato, in piazza San Carlo. Apprezzai allora soprattutto la solidità delle posizioni di Torino, città con un senso istituzionale molto forte che derivava sicuramente dalla sua storia sabauda.
17 febbraio 2010 / Marcello Sorgi
Cosa vuol dire non essere Roma
«Appena ho iniziato a lavorare per “La Stampa”, dalla redazione di Roma, una delle prime cose che ho capito era il rapporto difficile tra le due città: distaccato, in alcuni casi polemico, comunque di grandissima lontananza. Se ci sono due mentalità difficili da accostare, sono la cognizione del lavoro tradizionale torinese – l’impegno, il gusto del lavoro ben fatto, il lavoro che riscatta e va fatto anche quando è difficile – e l’idea tutta torinese di Roma come città fatta di politica, imbrogli, perdita di tempo. Mi ero da poco trasferito a Torino, per dirigere il giornale, quando avvenne la designazione per le Olimpiadi invernali. Decidemmo allora di fare un giornale speciale, per quei tempi, a colori, con i cerchi olimpici in prima pagina, ed io scrissi un breve commento, intitolato Cosa vuol dire non essere Roma, in cui mettevo in relazione la vittoria di Torino con la sconfitta di Roma, candidata nel 2004. L’opposto esito delle candidature corrispondeva perfettamente alla diversità fra le due città: Roma aveva vissuto l’esperienza in modo politico e mondano; Torino come un’occasione di rilancio, per emergere e promuovere il proprio marchio nel mondo, risultando così più credibile. L’editoriale, che suscitò un vespaio, fu la mia prima occasione di rapporto pubblico con i torinesi: a Roma tra i tassisti c’era chi, riconoscendomi, non voleva farmi salire in auto, a Torino la gente mi fermava per strada per congratularsi.
10 febbraio 2010 / Aldo Cazullo
Meno bella, ma contava di più
«Torino la trovo cambiatissima; trovo che ha cambiato colore e umore. Una volta era tutta giallina, poi ha riscoperto i colori barocchi originali e ha iniziato a colorare le case, come al villaggio olimpico. Avvenimenti come la fusione Intesa-Sanpaolo, qualche anno fa sarebbero stati visti come l’ennesimo scippo di Milano; adesso, a parte qualche mal di pancia, sono interpretati come il modo per restare agganciati alle grandi concentrazioni e trasformazioni bancarie. Tutto questo non dipende solo dalle Olimpiadi: è l’aria che è cambiata. Io vedo un collegamento con la scomparsa dell’avvocato Agnelli, evento molto temuto e a cui la città ha saputo rispondere, sia nell’immediato – penso alla processione notturna al Lingotto – sia in seguito, mostrando a se stessa di potercela fare anche senza questa figura. Torino non è mai stata così bella.
4 febbraio 2010 / Giulio Anselmi
Quel che è bene per la Fiat
«Credo che Torino viva un po’ di rendita. Quando sono arrivato, nell’estate del 2005, la città viveva ancora i postumi della crisi della famiglia Agnelli, i problemi dell’occupazione. Torino appariva una città di tanta tristezza. Poi, molto rapidamente, il recupero della Fiat e le Olimpiadi dettero la sensazione di una città radicalmente cambiata. Questa immagine di Torino, con un senso preciso di sé, bella, vivace, con modernità culturali e attenzioni particolari – Torino meglio di Milano, dissero tanti milanesi – è un’immagine che ancora resiste. Tuttavia io credo che non sia del tutto autentica. La nuova Torino – la città che voleva stare bene a prescindere dalla Fiat, ma non si faceva illusioni di poter rinunciare al ruolo della Fiat – ha fatto molti passi avanti. Non sono sicuro che questo basti, perché gli interrogativi che si sono venuti ponendo in questi anni sono sempre più forti. Il futuro della Fiat, legato ai disegni di Marchionne, porta conseguenze che si possono ripercuotere su Torino in modi diversi e non necessariamente positivi. La vivacità di Torino è bello trovarla nel libri di Culicchia, non sono certo che in termini di fotografia quotidiana sia sempre così.
4 febbraio 2010 / Ezio Mauro
La città del lavoro
«L’immagine di Torino è in fortissima risalita, da quando gli italiani hanno fatto una scoperta tardiva: che la città è molto bella. Un fatto di cui, dopo, si sono accorti anche i torinesi. La svolta simbolica sono state le Olimpiadi, che hanno permesso ai torinesi di vedere la città con gli occhi degli ospiti stranieri: Torino è apparsa una città ambiziosa, ripulita, capace di valorizzare il proprio patrimonio storico-monumentale. Ricordo bene i reportage dei giornali stranieri, in particolare il “Wall Street Journal”… penso che la città viva una stagione molto fortunata.
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