14 gennaio 2010 / Stefano Sacchi

L’Italia della flex-insecurity

La recessione può essere in dirittura di arrivo, ma la fine della crisi occupazionale è, purtroppo, di là da venire. Anzi, con tutta probabilità nei prossimi mesi aumenteranno sia i disoccupati, sia gli scoraggiati, cioè quanti rinunciano a cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. Soprattutto, il ritorno ai livelli occupazionali precedenti alla crisi è questione di parecchi anni. In occasione dell’ultima recessione, quella del 1992-93, il livello occupazionale del 1992 venne nuovamente raggiunto solo nel 1999-2000 (e il calo del Pil fu allora del 2 per cento, a fronte di un calo tra il 5,5 e il 6 per cento nel 2008-2009). Le conseguenze della perdita del lavoro in tempo di crisi sulle prospettive occupazionali future dei lavoratori sono ben descritte da Leombruni nell’intervista che precede.

I NUMERI DELLA CRISI

Dobbiamo quindi attenderci sia una maggiore (e persistente) disoccupazione, sia minori tassi di occupazione, soprattutto fra le donne e i giovani. A differenza di quello di molti altri paesi europei, il sistema di protezione sociale italiano non è preparato a contrastare una situazione siffatta. In una ricerca condotta con Fabio Berton e Matteo Richiardi (Flex-insecurity. Perché In Italia la flessibilità diventa precarietà, il Mulino 2009) mostriamo come, a causa dell’esistenza di requisiti di vario genere, molti lavoratori, anche tipici (cioè con contratti a tempo indeterminato), ma soprattutto atipici (cioè con contratti di durata prefissata) non riescano ad ottenere l’indennità di disoccupazione anche quando vi abbiano formalmente diritto (ciò che non vale sempre: ad esempio i lavoratori parasubordinati non ne hanno diritto). Questo accade a causa dell’interazione fra un mercato del lavoro caratterizzato da carriere interrotte e sconnesse (con penalizzazioni salariali per i lavoratori atipici, come ricorda Leombruni) e un sistema di protezione sociale di stampo assicurativo, calibrato su carriere “fordiste”.

Continua a leggere …

1 dicembre 2009 / Salvatore Cominu

Acuta o cronica?

Nell’intervento del 25 novembre, “La crisi tenaglia”, abbiamo scritto:

“Le richieste avanzate per la CIGS in deroga, al 15 ottobre, riguardano già 1.400 imprese, 8 milioni di ore, per 11.000 lavoratori. La maggioranza dei richiedenti sono imprese artigiane e piccole industrie del settore manifatturiero e dell’edilizia. È poco chiaro il motivo per cui, pure avendone diritto, piccole imprese, studi professionali e società che operano nei servizi (consulenza, design, comunicazione, marketing, cultura, servizi professionali, ecc.) abbiano utilizzato in misura marginale tale possibilità. Non ne hanno bisogno perché non sono in crisi? Adottano altri strumenti flessibili interni, espulsioni soft, accordi informali? È un meccanismo estraneo alle loro abitudini e cultura?”

Rimane dunque aperto il problema di realizzare (o almeno avviare) un sistema di protezioni sociali allineato con le trasformazioni intervenute negli ultimi venti anni, capace fra l’altro di andare oltre l’annosa contrapposizione tra grandi imprese industriali e produttori molecolari. Il sociologo Luciano Gallino, in un intervento sulla «Repubblica» del 16 settembre, ha fatto notare che le ristrutturazioni imposte dalla crisi faranno crescere la produttività ma anche il numero di lavoratori sovrabbondanti, rispetto ai quali gli ammortizzatori sociali disponibili appaiono ben poca cosa; da qui la proposta di inserire nell’agenda una riflessione sul “reddito di base” (dibattito aperto anche in altri paesi, dal Brasile alla Germania). Rispetto al tema del precariato e delle disparità che caratterizzano il nostro mercato del lavoro, la proposta degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi è introdurre un “contratto unico”, senza scadenza, valido per tutti i lavoratori, con tutele gradualmente crescenti.

Continua a leggere …

25 novembre 2009 / Salvatore Cominu

La crisi tenaglia

La crisi che da oltre un anno ci attanaglia presenta, sul versante degli effetti economici e occupazionali, indicatori espliciti ma anche aspetti opachi, che sfuggono alla rappresentazione collettiva, sono più immaginati che conosciuti. Alla “zona grigia” è dedicato questo post.

Nei dieci anni che l’hanno preceduta, il sistema produttivo torinese si era caratterizzato per la combinazione di più cicli di trasformazione: 1) la “metamorfosi industriale”, cioè ibridazione produttiva tra industria e servizi; 2) il travaso di lavoro dalla manifattura al terziario, collegato a consulenza, informatica, marketing, design, ricerca, ma anche a cultura, formazione, intrattenimento; 3) il contestuale travaso di posizioni professionali dai gruppi a medio-bassa qualificazione verso le alte qualificazioni – professionisti, specialisti, tecnici –, con la formazione di un’ampia area di “lavoro conoscitivo” disperso nella puntiforme geografia metropolitana di piccole società, studi professionali, self-employed.

Il problema dei prossimi anni sarà verificare la tenuta di questi processi… la crisi come banco di prova.

Il mondo del lavoro, dal punto di vista dei sistemi di protezione e degli ammortizzatori sociali, è scomponibile in quattro campi, dai confini mobili e con ampie porosità, ma comunque distinguibili.

  1. L’impiego pubblico.
  2. Le attività che fruiscono degli ammortizzatori istituzionalizzati: CIG ordinaria e straordinaria (imprese industriali e in parte artigiane con più di 15 lavoratori; nel caso della CIGS ; poi ci sono integrazioni salariali per lavoratori di aziende agricole.
  3. Le attività coperte dalla cassa integrazione in deroga: da maggio, in Piemonte , tutte le tipologie di lavoro subordinato (incluse quelle a termine, i contratti di apprendistato, di somministrazione, i soci di cooperative) di qualsiasi settore, anche i liberi professionisti. Lo sottolineiamo: si tratta di un’estensione del campo di applicazione del tutto eccezionale.
  4. Ciò che resta fuori è la “zona grigia” in senso stretto.

Continua a leggere …