«Più di altre città italiane, Torino ha gli anticorpi per affrontare la crisi. Perché, volontariamente o involontariamente, ha avvertito la trasformazione industriale e la fine della manifattura in anticipo, sulla propria pelle. Io non ho conosciuto la città cupa e ripiegata su se stessa; quando sono arrivata nel ’98, il processo che l’ha portata a reinventarsi col terziario avanzato era già iniziato. Inoltre, caso unico, la città aveva già conosciuto i primi afflussi di immigrati, quando in Italia l’immigrazione era un non-tema, un fatto che riguardava poco più del 2% della popolazione totale. Allora gli immigrati intendevano l’Italia come un ponte per l’Europa, ma Torino era una città in cui si fermavano, a parte il nord est. Dopo la grande immigrazione degli anni Sessanta, la città si era trovata al centro di un nuovo fenomeno, con tutto l’apporto positivo che viene dalla mescolanza di culture e tutti i conflitti che produce.
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8 marzo 2010 / Francesca Paci
Il complesso della cucina
17 febbraio 2010 / Umberto La Rocca
Torino vs. Genova
«Torino e Genova hanno avuto problemi analoghi dopo la crisi del modello industriale: Torino con la perdita di centralità della Fiat, cioè del sistema privato; Genova con la crisi delle partecipazioni statali. Entrambe hanno affrontato il passaggio alla società post-industriale, ma Torino mi pare che ne sia uscita meglio, mentre Genova ancora sta combattendo. Non sono solo io a dirlo. Tyler Brûlé del “Financial Times” ha scritto che Genova è una città bellissima e vitale, ma che i suoi problemi con le infrastrutture e le carenze della classe dirigente la tengono in bilico: può diventare una Napoli del nord o prendere esempio da Torino e rilanciarsi.
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10 febbraio 2010 / Gad Lerner
Torino “meno sfigata”
«Si percepisce da fuori una Torino più solida rispetto ai tempi della mia gioventù, la stagione del conflitto sociale, della vicenda drammatica delle espulsioni alla Fiat, poi conclusa con la marcia dei Quarantamila. Allora Torino aveva un’immagine molto forte, ma anche molto piagata. In seguito, negli anni in cui ci ho vissuto, tra il ‘93 e il 2002, Torino si stava deindustrializzando, conosceva altri momenti di estrema incertezza e instabilità. Poi è prevalsa un’operazione anche un po’ cosmetica: la ristrutturazione del centro storico, gli eventi, un’amministrazione comunale più salda rispetto al passato anche nel rapporto con la Fiat, hanno dato un’idea di tranquillità e dinamismo. Può darsi che ci sia il trucco, ma oggi Torino, a livello nazionale, è percepita come “meno sfigata” di quanto non fosse in altri tempi.
4 febbraio 2010 / Giulio Anselmi
Quel che è bene per la Fiat
«Credo che Torino viva un po’ di rendita. Quando sono arrivato, nell’estate del 2005, la città viveva ancora i postumi della crisi della famiglia Agnelli, i problemi dell’occupazione. Torino appariva una città di tanta tristezza. Poi, molto rapidamente, il recupero della Fiat e le Olimpiadi dettero la sensazione di una città radicalmente cambiata. Questa immagine di Torino, con un senso preciso di sé, bella, vivace, con modernità culturali e attenzioni particolari – Torino meglio di Milano, dissero tanti milanesi – è un’immagine che ancora resiste. Tuttavia io credo che non sia del tutto autentica. La nuova Torino – la città che voleva stare bene a prescindere dalla Fiat, ma non si faceva illusioni di poter rinunciare al ruolo della Fiat – ha fatto molti passi avanti. Non sono sicuro che questo basti, perché gli interrogativi che si sono venuti ponendo in questi anni sono sempre più forti. Il futuro della Fiat, legato ai disegni di Marchionne, porta conseguenze che si possono ripercuotere su Torino in modi diversi e non necessariamente positivi. La vivacità di Torino è bello trovarla nel libri di Culicchia, non sono certo che in termini di fotografia quotidiana sia sempre così.
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