Da alcuni mesi il professor Pietro Ichino, giuslavorista e deputato del Pd, è impegnato in un tour nelle città italiane. Sta presentando due proposte di legge per realizzare una radicale riforma del diritto del lavoro. Con questo spirito, lunedì scorso è approdato a Torino, al Diwan Cafè di San Salvario, ora dell’aperitivo, invitato dalle associazioni Libertàeguale e Bandalarga, per parlare alla solita platea di giovani: «non mi sorprende che tra il pubblico ci siano più “teste nere” che brizzolate – ha spiegato durante la presentazione iniziale della serata – succede lo stesso in tutte le città in cui mi sono ritrovato a parlare». La sala si riempie in fretta e l’atmosfera è informale; anche io prendo una birra e mi metto ad ascoltare.
La prima proposta riguarda la una semplificazione del diritto del lavoro. Come Ichino spiega al pubblico, la mole e la complessità della normativa che regola i rapporti di lavoro nel nostro paese rendono la materia difficilissima da comprendere e maneggiare, generando costi elevati per chi stipula un contratto di lavoro. Sono ancora in vigore leggi che risalgono agli anni venti, che vengono continuamente integrate e corrette da nuovi articoli. Il tasso di confusione generato è altissimo fra lavoratori e imprenditori, in particolare fra gli imprenditori stranieri intenzionati a investire in Italia. Incrociando leggi e norme, attraverso un lavoro di sintesi e semplificazione il gruppo di Ichino è riuscito a compattare tutto in un nuovo codice del lavoro: 49 articoli per la disciplina dei rapporti individuali più 15 per i rapporti sindacali; 64 articoli in tutto.
Uno dei problemi affrontati riguarda la cassa integrazione, oggi normata da ben 34 leggi. Una lettura dei trend degli ultimi anni ha mostrato che, a fronte di ricavi pari a 4 miliardi di euro l’anno, vengono restituiti sotto forma di ammortizzatori sociali solo 600-800 milioni. Particolare l’anno 2009, in cui la cassa integrazione è andata di poco in passivo. Per come è strutturata oggi, ha concluso Ichino, la cassa integrazione altro non è che una tassa sul lavoro la cui disciplina richiederebbe una profonda revisione, a cominciare dalla possibilità di estenderla a tutti i rapporti di lavoro.
