19 gennaio 2010 / Salvatore Cominu
Proviamo a tracciare un primo bilancio di questa discussione sugli effetti della crisi, su quella che abbiamo chiamato “zona grigia”.
La prima impressione è che questa discussone non appare “fuori fase” (rispetto al timing della crisi). Gli indicatori congiunturali emettono timidi segnali positivi, ma le previsioni su consistenza e tempi della ripresa restano contraddittorie.
Sono viceversa fondate su basi meno aleatorie le preoccupazioni sulla crisi occupazionale i cui effetti più devastanti, purtroppo e come ci ricordava Stefano Sacchi nel suo intervento, sono probabilmente «di là da venire». Il progressivo esaurimento della cassa integrazione e delle riserve accumulate dalle imprese provocheranno ulteriori espulsioni e molti piccoli operatori sono a rischio di cessazione. La riduzione degli investimenti privati e pubblici, inoltre, si riflette in una ulteriore compressione del mercato per ampie aree di lavoratori dei servizi qualificati e professionali – oltre che di quelli meno qualificati.
È “normale”, in questo contesto, che lavoratori a termine, collaboratori, consulenti siano i più esposti o che siano stati i primi a perdere lavoro e reddito – non disponendo di altre forme di sostegno. Di questa consapevolezza si trova diffusa traccia, oltre che negli interventi degli esperti, nei commenti ai post inviati dai lettori (li ringraziamo tutti).
Non sono temi nuovi: esiste da tempo, nel paese, adeguata conoscenza e rappresentazione delle “vite precarie”, di coloro che «camminano su un filo sospeso con un ombrellino in mano» e che questa crisi non poteva non mettere ulteriormente sotto stress. Questa «vasta ed eterogenea comunità» sente di essere «abituata da sempre a vivere delle sole proprie forze»; però non si può fare a meno di osservare che l’annoso dibattito sul dualismo del nostro mercato del lavoro, e sulla riconosciuta esigenza di una riforma che assuma l’obiettivo di proteggere il lavoratore, attraverso l’introduzione di forme di sostegno al reddito in caso di disoccupazione (analogamente a quanto previsto in molti altri paesi) abbia prodotto finora ben poco.
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14 gennaio 2010 / Stefano Sacchi
La recessione può essere in dirittura di arrivo, ma la fine della crisi occupazionale è, purtroppo, di là da venire. Anzi, con tutta probabilità nei prossimi mesi aumenteranno sia i disoccupati, sia gli scoraggiati, cioè quanti rinunciano a cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. Soprattutto, il ritorno ai livelli occupazionali precedenti alla crisi è questione di parecchi anni. In occasione dell’ultima recessione, quella del 1992-93, il livello occupazionale del 1992 venne nuovamente raggiunto solo nel 1999-2000 (e il calo del Pil fu allora del 2 per cento, a fronte di un calo tra il 5,5 e il 6 per cento nel 2008-2009). Le conseguenze della perdita del lavoro in tempo di crisi sulle prospettive occupazionali future dei lavoratori sono ben descritte da Leombruni nell’intervista che precede.
I NUMERI DELLA CRISI
Dobbiamo quindi attenderci sia una maggiore (e persistente) disoccupazione, sia minori tassi di occupazione, soprattutto fra le donne e i giovani. A differenza di quello di molti altri paesi europei, il sistema di protezione sociale italiano non è preparato a contrastare una situazione siffatta. In una ricerca condotta con Fabio Berton e Matteo Richiardi (Flex-insecurity. Perché In Italia la flessibilità diventa precarietà, il Mulino 2009) mostriamo come, a causa dell’esistenza di requisiti di vario genere, molti lavoratori, anche tipici (cioè con contratti a tempo indeterminato), ma soprattutto atipici (cioè con contratti di durata prefissata) non riescano ad ottenere l’indennità di disoccupazione anche quando vi abbiano formalmente diritto (ciò che non vale sempre: ad esempio i lavoratori parasubordinati non ne hanno diritto). Questo accade a causa dell’interazione fra un mercato del lavoro caratterizzato da carriere interrotte e sconnesse (con penalizzazioni salariali per i lavoratori atipici, come ricorda Leombruni) e un sistema di protezione sociale di stampo assicurativo, calibrato su carriere “fordiste”.
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11 gennaio 2010 / Paola Mussinatto, redazione
Roberto Leombruni, ricercatore dell’Università di Torino, insieme al collega Filippo Taddei, ricercatore al Collegio Carlo Alberto, ha pubblicato sull’ultimo numero della rivista «Il Mulino» l’analisi Giovani precari in un paese per vecchi, in cui discute la situazione salariale dei lavoratori con i due tipi di contratto più diffusi in Italia: a tempo indeterminato e a tempo determinato. La loro analisi mette in evidenza una anomalia che si riscontra anche in altri paesi: i lavoratori con contratti più garantiti (quelli a tempo indeterminato) hanno anche i redditi più elevati. Cioè l’incertezza non viene premiata e, come è scritto nell’articolo, «flessibilità non può essere una scelta».
Pur non trattando esplicitamente di chi lavora nella “zona grigia”, questo intervento ci è sembrato interessante perché porta alla luce alcuni nodi del nostro mercato del lavoro. Abbiamo incontrato Leombruni per un colloquio di approfondimento.
La situazione che descrivete nell’articolo si riferisce al 2007. Con lo scoppio della crisi finanziaria, e le conseguenze sul mercato del lavoro che si iniziano a misurare, come aggiornare la vostra analisi?
Se consideriamo le due tipologie contrattuali prese in esame – i lavoratori a tempo determinato e quelli a tempo indeterminato – dal punto di vista dei salari la crisi non ha comportato in sé un problema aggiuntivo. La situazione è sempre la stessa: i lavoratori a tempo determinato godono di tutte le tutele del contratto nazionale di lavoro, compresa la garanzia di una retribuzione “equa” rispetto alla mansione svolta, ma la grande differenza è che essi riescono di meno a fare carriera all’interno dell’impresa – che è la sola via attraverso cui, in Italia, si riescono ad avere percorsi ascendenti di retribuzione. Per chi ha un contratto a tempo determinato, l’effetto travolgente della crisi è che un’azienda in difficoltà, decisa a ridurre il proprio personale, mette in atto una scrematura che normalmente è direttamente proporzionale al grado di precarietà: incomincia con le consulenze, le collaborazioni e via via arriva ai contratti a scadenza che non vengono rinnovati. Il grosso impatto della crisi è che chi ha un contratto a tempo determinato sarà fra i primi ad essere lasciato a casa, senza neanche bisogno di essere licenziato.
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