«Della mia ultima visita a Torino ho il ricordo indelebile di un giro in via Livorno; mi rammaricai molto di essere andato a vedere che fine avesse fatto quel pezzo di città. Ho vissuto parte della mia infanzia e adolescenza in via Sobrero, traversa che da corso Regina Margherita corre in salita verso via San Donato. Dalla sommità, guardando oltre corso Umbria, si spalancava proprio via Livorno, con la sua selva di ciminiere che eruttavano giorno e notte un fumo rossastro. Camminare per via Livorno era al contempo fascinoso e inquietante: Torino come città da piano quinquennale sovietico o da Manchester dell’Ottocento, non si incontrava nessuno, non c’erano abitazioni, i marciapiedi, sui quali le suole lasciavano l’impronta nella polvere rossa delle ciminiere, costeggiavano lunghi muri oltre i quali si trovavano le gigantesche ferriere della Fiat e i grandi impianti della Michelin. Da dietro quelle grigie muraglie giungevano non voci umane ma rumori inquietanti, fischi meccanici, colpi di sirena e, soprattutto, il rumore continuo dello sferragliare di treni merci. La sparizione di via Livorno, con la conseguente comparsa di centri commerciali al posto dell’industria pesante, mi è apparsa esemplare del passaggio di Torino dalla modernità alla postmodernità: la Torino dell’industria pesante era la città moderna, poi il moderno è finito. È comparsa la “società liquida”, con cui la città deve fare i conti. Ben più che tanti altri, in Occidente.
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26 marzo 2010 / Vittorio Messori
La capitale abbandonata dal potere
23 marzo 2010 / Antonella Rampino
A Torino manca il mare
«Sono naturalmente molte le ragioni, storiche, economiche e culturali per cui Torino è una città importante. Ma sopra ogni altra, per me c’è la presenza storica nell’editoria. Tutta la cultura letteraria italiana si è giovata del lavoro fatto dall’Einaudi, già negli anni del Fascismo. Non avremmo oggi una quantità strabiliante di autori stranieri, se non fossero stati pubblicati a Torino. E non avremmo gli scritti – e le traduzioni – di Cesare Pavese, di Natalia Ginzburg, di Italo Calvino, solo per fare alcuni nomi. È con l’Einaudi che l’Italia si avvicina, e mi viene da dire si appropria, della moderna cultura europea ed americana. Continua a leggere …
3 marzo 2010 / Dario Cresto-Dina
Il vaso della marmellata
«Sono rimasto a Torino dal 1982 al 2000, poi ho vissuto a Milano e Roma, questo mi ha aiutato a capire le differenze. Torino è rimasta una città operaia, con tutti gli aspetti positivi e le difficoltà: conosce la fatica, sa di non poter reggere sull’effimero come è avvenuto a Milano, che da decenni ha perso la propria vocazione industriale. I torinesi hanno i piedi piantati nel passato e anche se la città è stata costretta a cambiare, tutti i tentativi compiuti non arriveranno mai alla trasformazione completa: girando per la città si vede subito che la cittàè meno ricca di Milano, si può misurare la fatica delle famiglie di tirare avanti, tutte cose rimaste uguali nel tempo.
25 febbraio 2010 / Gianni Riotta
La cintura dalla ruggine
«Ho visto il declino di tutte le company town lungo la “Rust Belt”, la cintura della ruggine americana: quando la compagnia cade o si ridimensiona, declina anche le città. A Torino, la Fiat ha avuto un brusco ridimensionamento rispetto agli anni in cui aveva duecentomila addetti, ma la città ha tenuto, e invece di declinare ha usato la propria cultura industriale per trovarsi nuove vocazioni. Il risultato: Torino è, per certi aspetti, più vitale di tante altre italiane. Ricordo bene quando la città era in bilico, e per le mia esperienza internazionale spesso venivo invitato a cena, insieme agli ospiti stranieri. Il modo in cui destra e sinistra hanno unito competenze e conoscenze per ottener le Olimpiadi, fa di Torino un caso unico, un modo per sfruttare le proprie potenzialità che altre grandi città italiane, come Milano, Roma, Napoli, non hanno.
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