28 gennaio 2010 / Paola Mussinatto, redazione

Tutti i diritti in 64 articoli

Da alcuni mesi il professor Pietro Ichino, giuslavorista e deputato del Pd, è impegnato in un tour nelle città italiane.  Sta presentando due proposte di legge per realizzare una radicale riforma del diritto del lavoro. Con questo spirito, lunedì scorso è approdato a Torino, al Diwan Cafè di San Salvario, ora dell’aperitivo, invitato dalle associazioni Libertàeguale e Bandalarga, per parlare alla solita platea di giovani: «non mi sorprende che tra il pubblico ci siano più “teste nere” che brizzolate – ha spiegato durante la presentazione iniziale della serata – succede lo stesso in tutte le città in cui mi sono ritrovato a parlare». La sala si riempie in fretta e l’atmosfera è informale; anche io prendo una birra e mi metto ad ascoltare.

La prima proposta riguarda la una semplificazione del diritto del lavoro.  Come Ichino spiega al pubblico, la mole e la complessità della normativa che regola i rapporti di lavoro nel nostro paese rendono la materia difficilissima da comprendere e maneggiare, generando costi elevati per chi stipula un contratto di lavoro.  Sono ancora in vigore leggi che risalgono agli anni venti, che vengono continuamente integrate e corrette da nuovi articoli.  Il tasso di confusione generato è altissimo fra lavoratori e imprenditori, in particolare fra gli imprenditori stranieri intenzionati a investire in Italia.  Incrociando leggi e norme, attraverso un lavoro di sintesi e semplificazione il gruppo di Ichino è riuscito a compattare tutto in un nuovo codice del lavoro: 49 articoli per la disciplina dei rapporti individuali più 15 per i rapporti sindacali; 64 articoli in tutto.
Uno dei problemi affrontati riguarda la cassa integrazione, oggi normata da ben 34 leggi. Una lettura dei trend degli ultimi anni ha mostrato che, a fronte di ricavi pari a 4 miliardi di euro l’anno, vengono restituiti sotto forma di ammortizzatori sociali solo 600-800 milioni.  Particolare l’anno 2009, in cui la cassa integrazione è andata di poco in passivo.  Per come è strutturata oggi, ha concluso Ichino, la cassa integrazione altro non è che una tassa sul lavoro la cui disciplina richiederebbe una profonda revisione, a cominciare dalla possibilità di estenderla a tutti i rapporti di lavoro.

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19 gennaio 2010 / Salvatore Cominu

Reale e virtuale

Proviamo a tracciare un primo bilancio di questa discussione sugli effetti della crisi, su quella che abbiamo chiamato “zona grigia”.

La prima impressione è che questa discussone non appare “fuori fase” (rispetto al timing della crisi). Gli indicatori congiunturali emettono timidi segnali positivi, ma le previsioni su consistenza e tempi della ripresa restano contraddittorie.
Sono viceversa fondate su basi meno aleatorie le preoccupazioni sulla crisi occupazionale i cui effetti più devastanti, purtroppo e come ci ricordava Stefano Sacchi nel suo intervento, sono probabilmente «di là da venire». Il progressivo esaurimento della cassa integrazione e delle riserve accumulate dalle imprese provocheranno ulteriori espulsioni e molti piccoli operatori sono a rischio di cessazione. La riduzione degli investimenti privati e pubblici, inoltre, si riflette in una ulteriore compressione del mercato per ampie aree di lavoratori dei servizi qualificati e professionali – oltre che di quelli meno qualificati.

È “normale”, in questo contesto, che lavoratori a termine, collaboratori, consulenti siano i più esposti o che siano stati i primi a perdere lavoro e reddito – non disponendo di altre forme di sostegno. Di questa consapevolezza si trova diffusa traccia, oltre che negli interventi degli esperti, nei commenti ai post inviati dai lettori (li ringraziamo tutti).
Non sono temi nuovi: esiste da tempo, nel paese, adeguata conoscenza e rappresentazione delle “vite precarie”, di coloro che «camminano su un filo sospeso con un ombrellino in mano» e che questa crisi non poteva non mettere ulteriormente sotto stress. Questa «vasta ed eterogenea comunità» sente di essere «abituata da sempre a vivere delle sole proprie forze»; però non si può fare a meno di osservare che l’annoso dibattito sul dualismo del nostro mercato del lavoro, e sulla riconosciuta esigenza di una riforma che assuma l’obiettivo di proteggere il lavoratore, attraverso l’introduzione di forme di sostegno al reddito in caso di disoccupazione (analogamente a quanto previsto in molti altri paesi) abbia prodotto finora ben poco.

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25 novembre 2009 / Salvatore Cominu

La crisi tenaglia

La crisi che da oltre un anno ci attanaglia presenta, sul versante degli effetti economici e occupazionali, indicatori espliciti ma anche aspetti opachi, che sfuggono alla rappresentazione collettiva, sono più immaginati che conosciuti. Alla “zona grigia” è dedicato questo post.

Nei dieci anni che l’hanno preceduta, il sistema produttivo torinese si era caratterizzato per la combinazione di più cicli di trasformazione: 1) la “metamorfosi industriale”, cioè ibridazione produttiva tra industria e servizi; 2) il travaso di lavoro dalla manifattura al terziario, collegato a consulenza, informatica, marketing, design, ricerca, ma anche a cultura, formazione, intrattenimento; 3) il contestuale travaso di posizioni professionali dai gruppi a medio-bassa qualificazione verso le alte qualificazioni – professionisti, specialisti, tecnici –, con la formazione di un’ampia area di “lavoro conoscitivo” disperso nella puntiforme geografia metropolitana di piccole società, studi professionali, self-employed.

Il problema dei prossimi anni sarà verificare la tenuta di questi processi… la crisi come banco di prova.

Il mondo del lavoro, dal punto di vista dei sistemi di protezione e degli ammortizzatori sociali, è scomponibile in quattro campi, dai confini mobili e con ampie porosità, ma comunque distinguibili.

  1. L’impiego pubblico.
  2. Le attività che fruiscono degli ammortizzatori istituzionalizzati: CIG ordinaria e straordinaria (imprese industriali e in parte artigiane con più di 15 lavoratori; nel caso della CIGS ; poi ci sono integrazioni salariali per lavoratori di aziende agricole.
  3. Le attività coperte dalla cassa integrazione in deroga: da maggio, in Piemonte , tutte le tipologie di lavoro subordinato (incluse quelle a termine, i contratti di apprendistato, di somministrazione, i soci di cooperative) di qualsiasi settore, anche i liberi professionisti. Lo sottolineiamo: si tratta di un’estensione del campo di applicazione del tutto eccezionale.
  4. Ciò che resta fuori è la “zona grigia” in senso stretto.

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