«Il mio è il caso di una persona che non ce l’ha fatta a stare lontana. Ho lavorato alla “Stampa” per 23 anni, e quando mi è stato chiesto di trasferirmi a Milano per fare il vicedirettore a “Gioia”, nel momento in cui si progettava un rinnovamento del settimanale, ho deciso di cogliere l’occasione e cambiare radicalmente. Inizialmente ho riorganizzato la mia vita per restare a Milano dal lunedì al venerdì e rientrare nel fine settimana a Torino, dove mio figlio vive e studia. ma attendevo l’entrata in funzione dell’alta velocità per fare il pendolare giornaliero. Fino allo scorso 13 dicembre quando, ufficialmente, mito prendeva forma. Così ho lasciato l’appartamento milanese che avevo in affitto e mi sono decisa a rientrare ogni sera.
«Il trasferimento temporaneo a Milano mi aveva fatto ulteriormente apprezzare la qualità della vita di Torino. Avevo maturato una certa intolleranza anche un po’ ingiusta verso una serie di tipicità milanesi, dalla brioche del mattino – sempre meglio quella di Ghigo – agli eventi meneghini che mescolano arte contemporanea, moda e vita mondana (sempre un filino basici, mi pareva). A Milano si va per cogliere opportunità professionali che Torino stenta ad offrire, ma viverci è un’altra cosa. Per cominciare è una città priva di un vero e proprio centro; ci sono una serie di centri, fra i quali ci si sposta con la metropolitana, anche se non così facilmente: andare a cena o al cinema è spesso un’avventura fatta di trasferimenti lunghi e taxi costosi. Ma a Torino, mi pare, anche in periferia la qualità della vita è migliore rispetto a luoghi come Quarto Oggiaro o viale Sarca: tristi, lontani da qualunque servizio, costellati di grandi centri commerciali. Infine la qualità delle relazioni: i milanesi appaiono aperti e accoglienti, ma la città è attraversata da una stagione di superficialità nelle relazioni che a un torinese diventa subito evidente.
«Le persone che frequento a Milano hanno un’altissima opinione di Torino; sembra passata bene l’idea di una città che ha mantenuto tratti eleganti, diventando tuttavia più frizzante, giovane, divertente. Col trasferimento milanese, una cosa mi è risultata più chiara: la comunicazione e il marketing hanno funzionato bene ma i torinesi si sono seduti sugli allori. Dopo l’entusiasmo per le Olimpiadi, si sono un po’ mummificati nella la presunzione di essere i migliori, perciò talvolta l’impressione è che la propaganda vada a scapito della sostanza: non esiste al momento un nuovo pensiero sulla città, è come se Torino avesse perso slancio e velocità. Bisogna però dire che ripensare la città in un clima politico generale pervaso di sfiducia, non è cosa facile.
«Certamente non mi pare che sia stato ben compreso dalle istituzioni torinesi, né dai giornali, che l’alta velocità ha penalizzato Torino sul fronte dei collegamenti veloci. Prima c’erano con Milano frequenti treni semi-veloci; oggi esiste un’unica linea Roma-Milano-Torino, che accumula ritardi fisiologici (straordinari per chi la utilizza nella tratta Milano-Torino). Si è fatto un passo indietro: da Torino si arriva più facilmente a Roma, ma la città è mal collegata con Milano e con tutto il nord est. Io sono l’ultima arrivata tra i pionieri di Mi-To: dirigenti bancari, editori, avvocati, da anni convivevano con l’idea che un collegamento facile avrebbe prima o poi dato vita a un’unica grande città, dove sarebbe stato possibile vivere in un posto e lavorare in un altro. Sul treno, la sera, vedo la loro delusione. Per queste persone comunque Mi-To è già una realtà. Una realtà che però costa una eccezionale fatica personale».
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Stefania Miretti è nata a Torino, dove vive, in via Po, con il figlio ventenne universitario. Giornalista, ha lavorato per 23 anni a «La Stampa» e, dal 2007, è vicedirettore del settimanale «Gioia» con sede a Milano.

Io da persona disoccupata e rassegnata a non trovare una collocazione in quanto ho più di quarantanni, vedo Torino sotto un altro punto di vista. Questa è stata la città dei caffè eleganti frequentati dalle persone che contano e dei ciricoli privati e delle tessere dei club ecc.. non è mai stata la città delle piazze, dello stare fuori e della possibilità di incontrare la persona giusta che in un momento di disperazione possa darti una mano se non rientri in certe categorie di persone e non fai parte di certi salotti dove si fa politica e non.
Torino per me, a differenza di altre città italiane, ha mantenuto questo carattere di chiusura verso tutto ciò che è esterno e dove anche se ci sei nato potresti sentirti un fantasma che nessuno considera e vede. Per questa semplice ragione a Torino l’ effetto Olimpiade è durato ben poco per come la vedo io. Torino non è una città propensa ai rapporti interpersonali qua gruppi piccoli di persone inventano delle cose, che hanno però poca presa sulla città, infatti tutto nasce e tutto sparisce. Le caratteristiche della città rimangono perciò queste, ovvero una città laboratorio e una città nascosta. Nella movida del sabato sera i giovani si incontrano… ma solo per divertirsi e non tanto per comunicare ed aiutarsi tra loro che è diverso.
Oh sì: una città cambia davvero quando smette di stupirsi dei suoi cambiamenti. Sono perfettamente d’accordo. In questo siamo ancora “giovani mutanti”.
Caro Geda, quel che trovo abbastanza anomalo è che dai giorni delle Olimpiadi, a Torino si continui a parlare del “cambiamento di Torino” – per esempio, su questo blog – cosa che non mi pare accada in altre città che pure cambiano. Ora, non vi è dubbio che Torino sia cambiata, e di molto. E che i cambiamenti andassero celebrati. Ma ora, questa idea del “cambiamento di Torino”, rischia di diventare un luogo comune, esattamente come lo erano le antiche definizioni di città grigia, chiusa, conservatrice. Ovviamente, non parlo di cittadini comuni, ma di elite culturali, istituzioni, e soprattutto giornali. Forse, una città cambia davvero quando smette di stupirsi dei suoi cambiamenti.
Mi interessa il concetto: “i torinesi si sono seduti sugli allori [...] mummificati nella presunzione di essere i migliori”. In realtà mi chiedo chi siano i torinesi in questione: i cittadini tutti, i cittadini particolari (l’elite culturale della città) o le istituzioni?
Se si parla dei cittadini, be’, sono d’accordo solo in parte: continua a esistere un movimento sotterraneo animato da associazioni, gruppi e quant’altro, che però fatica a emergere, credo soprattutto a causa delle contingenze economiche, sociali e politiche degli ultimi anni.
Se si parla di elite culturale, posso testimoniare che qualcosa si muove (ma il discorso è lungo).
Se si parla delle istituzioni, ecco, fatico a mettere a fuoco un giudizio mio, e vorrei che Stefania Miretti approfondisse.
Grazie. Saluti.
Condivido la sostanza di quanto scrive Stefania Miretti sulle difficoltà di vivere a Milano. Ho lavorato a Milano negli anni ‘80, continuando a vivere a Torino. Nonostante l’euforia della “Milano da bere” la città era poco accogliente con chi non era organicamente inserito in qualche ambiente. La vita del pendolare era allora non meno difficile di oggi. Ci siamo battuti per anni per ottenere dalle ferrovie almeno un treno senza fermate intermedie tra Torino e Milano, sempre in attesa della mitica alta velocità.
L’errore di fondo è stato pensare che l’Alta Velocità sarebbe servita a trasferire i milanesi a Torino. Idea balzana sostenuta da politici, amministratori, costruttori edili, etc. Come non ricordare alcune inchieste dei giornali cittadini che sostenevano in tal senso l’importanza del Mito? Negli anni ‘70, quando il tema del MITO venne posto dagli amministratori del tempo, si sosteneva sull’idea che occorreva realizzare una integrazione dei sistemi produttivi, infrastrutturali ed urbani. Questione ben diversa dal ritenere compiuta l’integrazione grazie ad una linea ferroviaria, al momento incompiuta, ed allo svolgimento in contemporanea nelle due città della rassegna musicale ideata da Giorgio Balmas negli anni ‘70.