11 marzo 2010 / Santo Della Volpe

La città fabbrica

«Negli anni ’70 e ’80 Torino era molto triste, inquinata, una città in cui era difficile lavorare bene. E c’era una monocultura industriale piuttosto vistosa. Oggi la Fiat  determina ancora i suoi orientamenti sociali e il suo sviluppo, ma in modo inferiore rispetto al passato, quando rappresentava un punto di snodo imprescindibile anche per le occasioni di emancipazione culturale. Torino ha ormai molteplici centri di potere: il ruolo delle associazioni industriali è diverso rispetto al passato, gli enti locali hanno impresso una maggiore  presenza, lasciando il segno nello sviluppo urbanistico e sociale, avviando una dialettica nuova anche con la Fiat; i sindacati e la società civile sono anch’essi cambiati, prendendo ruoli nuovi ma mantenendo una posizione fondamentale nell’indirizzo culturale della società torinese. Lo sviluppo della città, determinato dalla parziale deindustrializzazione, si è proiettato in avanti, a favore di altri spazi, altre forme di lavoro; c’è stata la crescita del comparto culturale e di esperienze nuove, dallo sviluppo del cinema (grazie ad esempio alla Film Commission) sino alla scuola di peacekeeping, nata a Torino per la presenza di istituti internazionali come l’Ilo e di centri culturali e internazionali di livello universitario e artistico, proiettati da decenni verso l’Europa e gli Stati Uniti. Anche questa è una vocazione di Torino, un pacifismo “attivo”, politico-culturale. Non a caso la scuola di peacekeeping torinese, importante in Italia, è riconosciuta a livello internazionale come una delle migliori al mondo.

«Nonostante il lungo periodo di monocultura Fiat, non penso sia corretto parlare per Torino di “oppressività della fabbrica”. Per un secolo la città ha svolto un ruolo importantissimo nella formazione della cultura e della coscienza politica italiana: la fabbrica ha avuto un ruolo in questo, perché ha costruito la cultura industriale, sindacale, politica , di solidarietà sociale – elemento fondamentale del nostro paese che a Torino ha trovato uno dei suoi punti più alti. Sulla chiesa torinese ha molto influito la presenza della fabbrica, basti ricordare la nascita dei salesiani e la pastorale di monsignor Pellegrino, Camminiamo insieme, degli anni ’70, col ruolo che ha avuto nella formazione della coscienza politica e sociale di intere generazioni di cattolici.
Anche la dialettica fabbrica-sindacato è stata un punto essenziale per la fisionomia della città. L’importanza del potere sindacale è stata riconosciuta dallo stesso datore di lavoro, anche se mai apertamente: senza i presidi degli operai nel 1943, per fare un solo esempio, la Fiat sarebbe stata distrutta. In questa dialettica è nato e si è formato l’operaio massa degli anni ’60-70, simbolo della svolta e anche delle contraddizioni della società italiana nel dopoguerra, che ha trovato nella politica, nel sindacato, nell’economia e quindi nella fabbrica il luogo della sua emancipazione e del suo “potere”, e che in seguito si è opposto alla deriva del terrorismo. Sono le ragioni per le quali riconosco nelle contraddizioni, nelle contrapposizioni della società torinese, i segni di una emancipazione culturale che ha aperto la mente a generazioni di intellettuali, di produttori di cultura e di politica. Una crescita che ha visto nel lavoro, nel senso del dovere e dei diritti, della democrazia e del consolidamento “costituzionale” dei luoghi del vivere, le radici (e i grandi meriti) del sindacato e della sinistra torinese che ha governato la città in questi anni.

«Dalla fine degli anni ’90 Torino è entrata in una fase diversa nel rapporto tra fabbrica e città. La Fiat è diventata un’azienda con la testa a Torino ma stabilimenti in tutto il mondo; e forse la ridotta presenza della fabbrica metalmeccanica potrà consentire altre forme di presenza industriale, magari nel terziario, purché la città sappia tenere il punto. In fondo Torino, potrebbe diventare una Silicon Valley italiana. Quando torno in città mi salta agli occhi un possibile paragone con San Francisco, che mi pare abbia con Torino interessanti punti in comune. San Francisco è la città più aperta e democratica del mondo, e contemporaneamente è quella con più innovazione tecnologia: sono due elementi che non potrebbero esistere l’uno senza l’altro; Torino potrebbe diventare una città di questo tipo in futuro se solo riuscisse a sprovincializzarsi.
Questa è una città con dei grandi meriti; il suo essere tranquilla e riflessiva è una delle condizioni che ne ha fatto la culla della grande cultura liberale italiana, quella di Gobetti, di Bobbio, Galante Garrone, Einaudi e Antonicelli, antifascista e insieme educatore della famiglia Agnelli; ma l’essere la culla della fabbrica tayloristica ne ha fatto anche la città laboratorio di Gramsci, di Togliatti, Longo, di Vittorio Foa e del Partito d’Azione. Al tempo stesso c’è qualcosa nella mentalità torinese – è il rovescio della medaglia – che non la fa slanciare in avanti, che la frena, che crea  il complesso d’inferiorità di Intelligenza ed Ingegnere dei progetti avanzati italiani e poi di vederli sempre traslocare a Milano o Roma. Dovrebbe osare di più, essere davvero laboratorio del futuro italiano, non aver paura. Credo che la grande scommessa del futuro di Torino sia proprio qui».

Santo Della Volpe è nato a Brescia nel 1955. Entrato nel giornalismo nel 1975, ha lavorato in diverse testate nazionali e locali, entrando in Rai nel 1982 nella sede di Torino. Dal 1990 è passato alla redazione nazionale del Tg3 come inviato speciale, corrispondente di guerra, infine capocronista. È tra i fondatori dell’Associazione Articolo21 per la difesa della libertà di stampa,  vicepresidente di Libera Informazione, collabora a «Narcomafie». Ha scritto numerose pubblicazioni sulla Guerra del Golfo, l’Iraq, la rivolta dell’Albania e la guerra in Kosovo; in Italia sull’immigrazione, la lotta alla criminalità organizzata, le morti e gli infortuni sul lavoro.

Un Commento

  1. 24 maggio 2010 / Alessandro

    Complimenti per l’articolo, spero sinceramente di poter vedere Torino migliorare ulteriormente,anche se di passi avanti ne ha gia fatti tanti.
    Faccio una domanda alla quale non sono al momento riuscito a trovare risposta: avrei necessita’ di avere qualche informazione su una fonderia, esistita fino all’inizio degli anni 70, penso si chiamasse Garrone, ubicata nell’isolato tra le vie Bardonecchia/Borgone/FreJus/Beaulard: sapete dove posso documentarmi? Grazie per l’aiuto, Alessandro

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