8 marzo 2010 / Giovanna Boursier

Il torinese asburgico

«Sono appena tornata a Torino per qualche giorno, e mi è sembrata un po’ grigia, come lo è da sempre. Resta una città ambivalente. Da una parte è sicuramente migliorata: ricordo bene gli anni in cui alle sette di sera era già tutto chiuso e ci si rifugiava nelle case degli amici, nei circoli – in questo non è  cambiata molto, è rimasta un po’ provinciale – mentre oggi puoi incontrare più gente, persino i turisti per strada, vedere quartieri vivi come il Quadrilatero. Il lato critico è che, nonostante le Olimpiadi, Torino non è ancora riuscita a organizzare, per esempio, una grande mostra di quelle portano tutti in città. Le Olimpiadi sono state un’occasione che la città non ha perso, ma certamente non ha sfruttato al meglio; avrebbe dovuto dare una svolta, guardare alla qualità urbana e alla cultura in modo diverso. Si continua a pensare come unica soluzione  la Tav, ma secondo me è segno di scarsa fantasia. Insomma, Torino mi appare ancora come una città che facilmente si può sgretolare: al mio ritorno ho fatto alcune interviste sulla crisi, e ho incontrato davvero molta gente disperata.

«Personalmente non amo l’immagine del torinese asburgico, dedito al lavoro ben fatto in quanto tale. L’operosità dei torinesi è assolutamente legata alla storia della città-fabbrica, dove non c’erano molte altre possibilità se non lavorare duro. Racconto sempre che, quando sono arrivata a Roma, andando a un appuntamento avevo accumulato un’ora di ritardo a causa del traffico. Una persona che si trovava con me mi aveva tranquillizzata: “Non ti preoccupare, qui è normale”. Io rimasi gelata: “A Torino proprio no”. Se l’operosità si misura sul grado di puntualità, sulla disponibilità a lasciarsi usare, effettivamente Torino è molto operosa; io continuo a preferire città dove, quando esci a cena, non ti viene immediatamente chiesto cosa fai e che ruolo occupi, e puoi ottenere rispetto anche se il lavoro non lo trovi. L’operosità torinese, insomma, è legata ai ritmi della grande fabbrica che si risvegliava al mattino dopo il turno di notte, dettava gli orari alla città e, ancora di più, la sua impostazione culturale. In queste radici profonde io vedo l’ideologia della sicurezza che a Torino è diventata centrale: la città non è stata capace di comprendere che gran parte di quella operosità fu dovuta all’immigrazione dal sud e oggi, di fronte a un nuovo tipo di immigrazione, sta rivivendo la stessa storia, con gli stessi cartelli e le stesse ghettizzazioni.

«Nei confronti di Torino ho un sentimento di indecisione, mi capita di pensare che vorrei tornare a viverci, ma poi constato che la città non si muove di un millimetro, mentre potrebbe farlo mettendo a frutto la sua parte intelligente e colta. Dalla sua ha una dimensione di vita più semplice della grande metropoli; la contropartita è che tutti stanno rigorosamente dentro il proprio ruolo, riproponendo all’infinito le stesse dinamiche. Ed è un peccato perché Torino, sotto certi aspetti, è stata sempre un laboratorio culturale. La Film Commission per esempio è importante, una di quelle innovazioni che possono fare scattare in avanti la città; si dice che operi bene, anche se con troppo riguardo verso tutto ciò che è torinese. Ecco, questa è la mentalità della città: il risultato è che la curiosità per il cambiamento e l’espansione resta sempre un po’ bloccata. Faccio un esempio. Anni fa era nata l’idea di mettere le sculture di Henry Moore sulla pista di prova del Lingotto. Mi era parsa un’idea geniale, ma alla fine non se n’è fatto niente. A Torino manca questo tipo di coraggio, preferisce costruire lo “Scrigno” degli Agnelli».

Giovanna Boursier è nata a Torino nel 1966. Dopo aver collaborato come regista ai programmi Rai Diario italiano e La Base, dal 2002 lavora come videogiornalista per Report. Ha collaborato alla realizzazione e realizzato in prima persona numerosi documentari e reportage di documentazione storica e sociale.

5 Commenti

  1. 12 aprile 2010 / Maura

    Torino è stata “grigia”: ai tempi delle fabbriche funzionanti certamente non si curava il rifacimento delle piazze o il colore dei palazzi. Ma la capacità di dare risposte sociali era forte, fortissima. Mi sono allontanata da Torino e ho vissuto a Roma negli anni ‘80, quando sono rientrata mi sono resa conto della bellezza nascosta che ora è decisamente visibile. Quando ancora vivevo a Roma ho capito cosa vuol dire un territorio ricco di partecipazione e cittadinanza. I quartieri spontanei e poi quelli eletti erano luoghi di sviluppo territoriale. L’associazionismo era vivo, attivo e distribuito ovunque oltre che essere di qualità. I servizi pubblici avevano personale qualificato e altamente motivato. La torino operaia, la torino sociale, la torino della Camminare Insieme degli anni ‘70. E’ vero però che c’era e c’è la Torino elitaria, “collinare” …. le classi sociali non sono scomparse ed ora riappaiono più marcate ma certo non solo a Torino.
    Torino è bella, la convivenza potrebbe anche essere migliore ma i tempi sono questi e Torino è in Italia…

  2. 30 marzo 2010 / Gianni Prizzon

    Mi associo alle due signore precedenti e non spreco parole. Sono così stanco di leggere descrizioni zeppe esclusivamente di luoghi comuni su una città che appare grigia solo a coloro che non hanno il piacere e la voglia di conoscerla realmente.

  3. 30 marzo 2010 / marivanna

    Nemmeno io ho mai visto il grigiore di Torino, è sicuramente una delle città più belle, l’accoglienza dei torinesi poi è famosa, purtroppo io sto vivendo lontana ed è proprio in questo caso che si capisce ancora di più, e si vede e si sente tutto quello che manca.

  4. 30 marzo 2010 / Laura

    Non posso che sottoscrivere il commento lasciato dalla signora Cristina. Io di anni ne ho 32 e amo la mia città spassionatamente. le mostre e gli eventi, importanti, di portata nazionale e internazionale non mancano mai. Piuttosto forse sono poco pubblicizzati oppure in molti le ignorano.

  5. 30 marzo 2010 / Cristina Rivela

    Ho 50 anni e da quando sono nata continuo a sentire questo costante ritornello su Torino città grigia.
    Il mio sarà l’occhio dell’innamorata, ma io Torino proprio grigia non l’ho mai vista.
    E penso che di veramente provinciale ci sia solo questa definizione.
    È grigia per chi la guarda superficialmente e affrettatamente e non sa scoprirne gli angoli segreti e affascinanti. Soprattutto è grigia per chi non la “vive”.
    Non mi riconosco nemeno in una città che a cena ti classifica in base al ruolo e al posto nella società; rimane anzi una città che ha mantenuto una certa discrezione, per lo meno in questo ambito.
    La puntualità, per me e purtroppo sempre più rari torinesi, continua a essere un vanto e, a mio parere, un segno di rispetto verso gli altri.
    E mi lasci aggiungere che lo “scrigno degli Agnelli” è un vero e proprio gioiellino.

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