«Più di altre città italiane, Torino ha gli anticorpi per affrontare la crisi. Perché, volontariamente o involontariamente, ha avvertito la trasformazione industriale e la fine della manifattura in anticipo, sulla propria pelle. Io non ho conosciuto la città cupa e ripiegata su se stessa; quando sono arrivata nel ’98, il processo che l’ha portata a reinventarsi col terziario avanzato era già iniziato. Inoltre, caso unico, la città aveva già conosciuto i primi afflussi di immigrati, quando in Italia l’immigrazione era un non-tema, un fatto che riguardava poco più del 2% della popolazione totale. Allora gli immigrati intendevano l’Italia come un ponte per l’Europa, ma Torino era una città in cui si fermavano, a parte il nord est. Dopo la grande immigrazione degli anni Sessanta, la città si era trovata al centro di un nuovo fenomeno, con tutto l’apporto positivo che viene dalla mescolanza di culture e tutti i conflitti che produce.
«Sono una grande fan di Torino, città in cui mi sono trovata benissimo e a cui devo la mia carriera. E temo che i suoi peggiori sponsor siano i torinesi stessi. Al contrario, a Londra vedo che l’autopromozione è tutto; con questo metodo, negli anni del liberismo, la città è stata pompata da pubbliche relazioni capaci di farla percepire come l’epicentro di una rivoluzione culturale e economica. La comunicazione è stata così efficiente da fare resiste il mito ancora oggi: nonostante Londra affronti una crisi assai più seria di quella italiana, continua ad essere percepita come un luogo in fermenti, anche se si trova in un momento di arretramento totale. A Torino manca del tutto la capacità di proporre la propria trasformazione come un modello. È la cucina d’Italia, ma ha il complesso della cucina; produce innovazione, ma non vuole rivendicarla, per non esagerare.
«Torino dovrebbe mettersi di più nell’ottica di presentarsi come un modello per il nord ovest; rivolgere lo sguardo solo dentro alla città non ha senso. Non essendo come Londra – un territorio che, da solo, conta 11 milioni abitanti e basta a se stesso – dovrebbe lavorare di più sulle reti, a cominciare da Genova e Milano. Su questo ci sono punto ci sono degli autentici paradossi. La sede dell’agenzia internazionale del lavoro dell’Onu, con sede proprio a Torino, è un campus magnifico, con un via vai di persone da tutto il mondo, ma nessuna relazione con l’esterno: una città dentro la città, separata e incomunicabile. Eppure sarebbe un bel ponte con l’Europa».
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Francesca Paci è nata a Roma nel 1971. diplomata alla scuola di giornalismo, è entrata alla «Stampa» nel 2000, per cui è stata corrispondente da Gerusalemme e da Londra. Scrittrice, ha pubblicato due libri sull’islam in Italia. Per «La7» ha condotto la trasmissione televisiva Nirvana.
