«Appartengo alla generazione cresciuta in una Torino (anni Settanta/Ottanta) molto dura, che però ha saputo insegnarci la tenacia. E la determinazione. Oggi la città è estremamente diversa, il suo cambiamento si può paragonare a quello di Barcellona, dove Olimpiadi e politiche culturali hanno fatto bene al tessuto urbano. Così Torino ha perso la sofferenza di un certo periodo storico, ma anche una sua peculiarità. La domanda (sottovoce) è: la città è cambiata, ma per diventare cosa?
«Nella mia vita torinese, da musicista prima e da giornalista poi, ho sempre sentito il bisogno di scappare. In parte il nomadismo è un mio tratto personale, in parte fuggivo perché a Torino mi mancava l’aria. Per il suo ambiente, con la montagne vicino e la collina da cui la guardi dall’alto, è una città che fa respirare; per altro verso può diventare soffocante, sempre a metà strada tra il piccolo centro e la metropoli. Io che sono andato a cercare un pezzo di vita professionale fuori, mi domando se Torino possa essere una città di ritorno. È facile trovare a Torino persone che ci sono nate e vissute tutta la vita, non è un luogo di scambi facili: è questo uno dei suoi limiti.
«L’immagine di Torino che metterei in un fumetto, o in un videoclip, è quella di una città con un prima e un dopo. Prima, ognuno sapeva sempre quale fosse il suo posto, ordinato, al ritmo del lavoro, della fabbrica. Dopo, la metafora è la fiumana di persone che fa le vasche in un centro riscoperto dalle Olimpiadi, riappropriandosi dello spazio della città. Come se i torinesi sentissero di dover ricominciare da capo, ma i meccanismi e il ritmo della città non sono più chiari: come funziona, chi comanda, cosa aspettarsi dal futuro.
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Marco Mathieu è nato a Torino nel 1964. Dopo essere stato bassista dei Negazione (1983 – 1992, mille concerti e cinque album) e aver fatto molti altri mestieri si è dedicato al giornalismo e alla scrittura. Free-lance prima, caposervizio del portale multiaccesso Omnitel 2000 poi, in seguito e a lungo è stato inviato speciale del mensile GQ. Dal 2007 lavora a Repubblica, come caporedattore attualità del magazine D. Ha girato il mondo alla ricerca di storie da raccontare. In quattro casi (finora) sono diventate libri: “A che ora è la fine del mondo?” (Lindau, 1995), “In viaggio con Manu Chao” (Feltrinelli, 2003), “Il portiere di riserva” (Cairoeditore, 2008), “Oltrenero” (Contrasto, 2009). Dal 1999 vive e lavora a Milano.

Barcellona (io posso dire Atene, ad esempio)…è una città dove è impossibile rimanere da soli. Giusto, Luigi, anche io lo confermo, ma ad un certo punto non l’ho più sopportato e infatti sono qui.
Turisti? Non mi ricordo di aver visto giapponesi o gruppi di spagnoli in numero abbondante ante Olimpiade, vabbè ero parecchio distratta ma…
I “giovani” della movida si ritrovano solo per divertirsi? Sarà anche, quelli che conosco io si danno appuntamento, bevono, flirtano, etc… ma si parlano comunque e di cose di cui tutti quanti noi “grandi” parliamo, tipo lavoro (quando c’è), progetti, problemi a scuola e a casa con la famiglia pallosa, cinema, viaggi e udite udite anche di libri e di volontariato (molti ne fanno!).
Non so dire Luigi, evidentemente stiamo parlando di città o di percezione di città?
Sofocle diceva che “la città è gente”, mentre Weber “una fiera permanente di tutti i valori materiali, spirituali e urbani”… pensa però che non diventeremo una megalopoli da sud-est asiatico per fortuna, nonostante qualche grattacielo in arrivo, e poi non credo tu sia proprio solo al mondo: anche nella rete hai trovato qualcuno che due chiacchiere le fa volentieri, anche se non ti conosce!
Secondo me Torino non è cambiata per niente. Il carattere dei torinesi è il medesimo anche senza che la grande fabbrica faccia da mamma a tutta la città. Torino e cambiata nell’abito, nella estetica, ma non nella sostanza. Io che conosco molto bene Barcellona ritengo che sia opposta a Torino. Barcellona è una città mediterranea dove è impossibile stare soli. Dopo le Olimpiadi si è rifatta il look come Torino. DI turisti Barcellona ne ha a fiumi, ma c’erano anche prima delle Olimpiadi, mentre Torino ne ha pochissimi e si fermano si e no un giorno. Torino è una città laboratorio di innovazione, cose che però non riscontrano successo nel tessuto urbano della città; spesso tutto viene trasferito a Roma e a Milano non solo per questioni di scelte politiche ma anche perché in queste città si trova un terreno fertile, la gente è meno chiusa, più propensa a investire, e soprattutto partecipa in maniera coinvolgente, se vogliamo più popolare e aperta a tutti, e non solo in club e salotti privati.
Marco, in poche parole hai descritto bene la nostra Torino…io ci torno sempre volentieri ma non la riconosco più, sopratutto in centro in cui ho passato tanto tempo una volta! E mi manca quella di prima…che ci ha davvero insegnato la determinazione. ma anche ci ha lasciato un po di quel pessimismo misto a nebbia e cemento. Bel pezzo…sopratutto sentito.