«La crisi economica ha accelerato processi di selezione produttiva e di integrazione con gli altri mercati, rendendo Torino una città più internazionale di quanto non fosse 10 anni fa. Se aggiungiamo il fatto che la città è destinata ad essere assorbita da una dimensione sempre più americana, dovuta all’accordo Fiat-Chrysler, si vede bene che Torino sperimenta una grande opportunità: poter finalmente scogliere la propria identità in un contesto molto più “macro” e internazionale. Anche se la sua fisionomia può apparire problematica, perché ci sono pezzi di centri decisionali che vanno via, Torino a me sembra messa meglio di altre città italiane. Ciò che le augurerei è che si facciano viaggi continui, avanti e indietro da Detroit, perché io penso che la città non dovrebbe inseguire le reti locali come molti sostengono: tutto al contrario, gli imprenditori e gli intellettuali torinesi dovrebbero cercare le reti internazionali. L’accordo sull’auto ha creato l’infrastruttura immateriale della relazione, ora si tratta di costruire altri ponti.
«Il maggiore ostacolo per compiere scelte di questo tipo è che di Torino è una città capace di un immobilismo feroce. I torinesi si sono storicamente abituati a seguire un ordine costituito, ma la globalizzazione ha fatto saltare questo principio ordinatore. Dal punto di vista degli assetti interni, dei rapporti di forza tra gli ambienti sociali, la città mi sembra inspiegabilmente atavica, una delle poche in Italia dove non si è ancora prodotto un turnover della classe dirigente, dei luoghi di produzione del consenso, del sapere, della cultura e del potere. Non vedo outsider particolarmente rapidi e vogliosi di fare la pelle ai vecchi, né trentenni interessanti perché svincolati dal sistema, o ancora un middle management con percorsi misti.
«Conoscendole bene entrambe, mi sembra che l’immagine stereotipata di Torino in contrapposizione con Milano – che io ritengo l’unica città italiana in cui esiste un mercato – continua ad essere vera. A Torino le persone hanno una preparazione culturale mediamente più alta, e dunque un’alta considerazione della cultura; ma poi tutto cade sul fatto che il sistema non prevede la circolarità delle élite. A un certo punto moriranno tutti, lasciando un vuoto di fatto, perché non avranno creato giuste alternative».
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Paolo Bricco è nato a Ivrea nel 1973. Laureato in scienze politiche a Torino, è giornalista economico per il gruppo editoriale «Il Sole 24 Ore».

… mah visto che siamo gemellati con Detroit,
ricordo solo che un anno fa Forbes la metteva in testa insieme a Las Vegas in quanto città in piena crisi, abbandonata, con un sprawl urbano elevato e altri guai. Forse l’arrivo di Fiat la farà risorgere.
Io sono stata a Chicago, e mi è piaciuta tanto, sopratutto per le sue politiche ambientali…
la città che ha fatto emergere Obama se non sbaglio.
Anche qui solo una questione di gusti?