«Sono rimasto a Torino dal 1982 al 2000, poi ho vissuto a Milano e Roma, questo mi ha aiutato a capire le differenze. Torino è rimasta una città operaia, con tutti gli aspetti positivi e le difficoltà: conosce la fatica, sa di non poter reggere sull’effimero come è avvenuto a Milano, che da decenni ha perso la propria vocazione industriale. I torinesi hanno i piedi piantati nel passato e anche se la città è stata costretta a cambiare, tutti i tentativi compiuti non arriveranno mai alla trasformazione completa: girando per la città si vede subito che la cittàè meno ricca di Milano, si può misurare la fatica delle famiglie di tirare avanti, tutte cose rimaste uguali nel tempo.
«Torino è una città con la capacità per un verso di rimodellarsi, per l’altro di perdonare. Ho sempre pensato che, nonostante la sua freddezza, il cinismo, sia una città che perdona: inizialmente ha chiuso la porta in faccia a migliaia di persone che arrivavano dal sud per lavorare alla Fiat, poi però le ha integrate, e la stessa cosa sta facendo con i nuovi migranti. Basta considerare il caso Porta Palazzo: per anni un avamposto posto di guerra di trincea, oggi mi pare che abbia accettato e quasi accolto la sua nuova veste, essere un pezzo di paese straniero dentro la città. È questo tipo di ragioni che mi fa credere che Torino si possa considerare una delle città più democratiche d’Italia. In generale dire che la città è cambiata non soltanto dal punto di vista sociale, ma anche meteorologico e se sentimentale. I primi anni in cui ho vissuto a Torino, mi ricordo giornate intere di nebbia pesante, letteralmente scomparse. Quando torno a Torino mi sembra di essere in un vaso di marmellata, perché ne vedo ormai soltanto gli aspetti positivi: la collina, il fiume, la fortuna di essere una città con l’acqua. In definitiva, per me Torino è una città in cui si riesce a pensare.
«Per una persona che fa il mio mestiere, passare da Torino a Milano è esattamente come da Milano a New York. Se c’è una cosa che manca alla città è il coraggio della competizione interna, probabilmente perche le occasioni sono poche: tutti alla fine si scannano all’interno di un solo perimetro, per esempio dell’unico giornale. Perciò mi sembra di poter dire che, per quanti sforzi possa fare, la sua coesione interna non porterà Torino da nessuna parte. San Paolo è diventato Intesa, Einaudi è diventato Mondadori, e si tratta di due soli esempi per dire che è molto difficile per qualsiasi città mantenere un’anima primordiale: contaminazione significa conquistare o essere conquistati, mentre noi restiamo legati a una idea del potere che è scomparsa: dopo i Pirelli, i Falk, gli Agnelli, continuiamo a cercare gli eredi delle grandi famiglie, e non ci accorgiamo che in Italia ci sono decine di medie imprese che formano il tessuto economico del paese ma finiscono poco sui giornali. Ci interroghiamo sulle trasformazioni ritenendole un fenomeno endogeno, e non ci accorgiamo che avvengono al di fuori di noi e non promanano dal cuore della città. Quali sono i poteri torinesi a Torino oggi? Il potere principale è quello di un uomo che non c’è mai, perché sta a Detroit o in giro per il mondo».
—
Dario Cresto-Dina è nato a Courgné nel 1960. Ha lavorato a lungo per «La Stampa» dove si è occupato di cronaca nazionale e politica, divenendo redattore capo centrale e vicedirettore. Nel 2000 è passato alla «Repubblica» di cui è vicedirettore.
