25 febbraio 2010 / Gianni Riotta

La cintura dalla ruggine

«Ho visto il declino di tutte le company town lungo la “Rust Belt”, la cintura della ruggine americana: quando la compagnia cade o si ridimensiona, declina anche le città. A Torino, la Fiat ha avuto un brusco ridimensionamento rispetto agli anni in cui aveva duecentomila addetti, ma la città ha tenuto, e invece di declinare ha usato la propria cultura industriale per trovarsi nuove vocazioni. Il risultato: Torino è, per certi aspetti, più vitale di tante altre italiane. Ricordo bene quando la città era in bilico, e per le mia esperienza internazionale spesso venivo invitato a cena, insieme agli ospiti stranieri. Il modo in cui destra e sinistra hanno unito competenze e conoscenze per ottener le Olimpiadi, fa di Torino un caso unico, un modo per sfruttare le proprie potenzialità che altre grandi città italiane, come Milano, Roma, Napoli, non hanno.

«Nella Torino di oggi mancano, o hanno perso peso, organismi che hanno plasmato l’identità della città: penso al sindacato, all’industria pesante, alle case editrici Einaudi e Utet, al volontariato cattolico, all’Olivetti (poco distante), al Pci ma anche all’azionismo. Eppure, se la città tornasse ad essere un laboratorio post-ideologico, si comportasse come una città pragmatica con funzioni apripista dal punto di vista del territorio, dell’industria, del sapere, della cultura e dell’organizzazione, potrebbe ancora giocare un ruolo importante nel paese. Tutto dipenderà dalle condizioni, perché il tallone d’Achille di Torino è di essere, in primo luogo, una città italiana: anche se il sogno dei torinesi è considerarsi al di fuori dei problemi nazionali, la città soffre come tutto il paese di scarsa meritocrazia, lottizzazione, mancanza di innovazione, mancanza di riforme.

«In un articolo scritto una decina di anni fa per “The Atlantic”, Corby Kummer spiegò che, camminando nel centro storico di molte città italiane rinomate, si trovassero le stesse vetrine, gli stessi brand, i medesimi ristoranti di tutto il mondo. Ma non a Torino, che aveva mantenuto un’impostazione molto locale. L’abbiamo già visto accadere nelle Langhe: se Torino riuscirà a comprendere appieno questa sua capacità di mantenere la tradizione innovandola, seguirà una trasformazione capace di riverberarsi su tutta la città».

Gianni Riotta è nato a Palermo nel 1954. Ha esordito come giornalista al «manifesto». È stato corrispondente da New York per «La Stampa», il «Corriere della Sera», «L’Espresso»; negli Stati Uniti ha frequentato la scuola di giornalismo della Columbia University. Ha collaborato con il «New York Times», il «Washington Post» e «Le Monde». Nel 2006 è stato nominato direttore del Tg1. Dal 2009 dirige «Il Sole 24 Ore».

2 Commenti

  1. 6 maggio 2010 / silver

    Già-in bocca al lupo.
    Per una volta sarò schematico-pragmatik…
    allora To è in Italia, l’Italia è in Europa,
    e la culla della democrazia è stata la Grecia, in Eu fino a prova contraria.
    Ormai si fa fatica a non mettere le cose in relazione,
    comunque NOI siamo SEMPRE MEGLIO degli ALTRI,
    nevvero? e le stelle stanno a guardare.

  2. 18 marzo 2010 / Sara

    …E brava Torino, città post-industriale capace di non “arrugginire”! Forse sono troppo ottimista, ma mi sembra che, pur con tutti i limiti e le lentezze tipici del nostro Paese (Riotta ha proprio ragione!), la mia città stia riuscendo a trasformarsi in un “laboratorio post-ideologico”, una “città pragmatica con funzioni di apripista” per elaborare nuovi modelli di amministrazione, di gestione del territorio, delle risorse, dei problemi. In bocca al lupo a tutti noi torinesi, di nascita (come me) o di adozione!

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