«Torino è una delle città in qui ho vissuto più a lungo dopo Modena, dove sono nato. Ci ho vissuto in anni importanti, quando c’erano le Br e “La Stampa” prese una linea di condotta molto netta, che pagò con l’assassinio di Carlo Casalegno. Eppure noi ci sentivamo forti, perché avevamo alle spalle l’intera città: lo verificammo con la manifestazione organizzata il giorno seguente all’attentato, in piazza San Carlo. Apprezzai allora soprattutto la solidità delle posizioni di Torino, città con un senso istituzionale molto forte che derivava sicuramente dalla sua storia sabauda.
«Di Torino si diceva allora che fosse molto chiusa, anche se si era di fatto aperta a un’immigrazione molto forte, prima dal Veneto dopo dal sud, assorbendo contraccolpi per certi versi più estesi di Milano. La presenza di italiani “di altre nazioni” era stata accettata con una certa diffidenza iniziale, poi l’unificazione si compì proprio sui valori fondamentalmente torinesi, su una identità cittadina profondamente radicata nei comportamenti. In quegli anni Torino era la città grigia. Non ancora direttore, vi trascorsi una decina di giorni nel 1972, durante i quali ebbi modo di studiarla nelle lunghe passeggiate pomeridiane, e scrissi prima di partire un elzeviro per la Terza Pagina intitolato Torino si sgretola, corredato da alcune pagine di fotografie dimostrative. Da quel punto di partenza, Torino si è rinnovata in maniera straordinaria. Durante le Olimpiadi, quando gli italiani scoprirono questa città pimpante, bella, fresca, e si stupirono, io scrissi un nuovo articolo per “La Stampa”, spiegando che la cosa non mi meravigliava, perché Torino era da sempre una città capace di essere allegra e vitale.
«Il limite della città è il dubbio metafisico dei torinesi sulla loro stessa forza e identità. Una quindicina di anni fa aprirono contemporaneamente in Italia due riviste che trattavano di temi industriali, a Modena e a Torino: la prima fu intitolata “Modena mondo”, la seconda “Torino è”. Per me questo è un esempio paradigmatico della tendenza culturale piemontese a rimanere chiusa in se stessa: Torino non si propone al prossimo, uno la deve cercare. Invece, nonostante i passi fatti, rimane vivo il bisogno per la città di ulteriori elementi di slancio».
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Arrigo levi è nato a Modena nel 1926. Nella sua lunga carriera giornalistica ha lavorato fra l’altro per la «Gazzetta del Popolo», il «Corriere della sera» e «Il Giorno» (per questi ultimi è stato corrispondente da Mosca). Primo giornalista a condurre il Tg nel 1966, ha in seguito realizzato molte trasmissioni televisive Rai di successo. È tornato alla carta stampata nel 1969, prima come inviato della «La Stampa», poi come direttore. Dal 1979 al 1983 ha collaborato con il «Times», curando la rubrica di problemi internazionali. Dal 1998 è consigliere del Quirinale.
