«Torino la trovo cambiatissima; trovo che ha cambiato colore e umore. Una volta era tutta giallina, poi ha riscoperto i colori barocchi originali e ha iniziato a colorare le case, come al villaggio olimpico. Avvenimenti come la fusione Intesa-Sanpaolo, qualche anno fa sarebbero stati visti come l’ennesimo scippo di Milano; adesso, a parte qualche mal di pancia, sono interpretati come il modo per restare agganciati alle grandi concentrazioni e trasformazioni bancarie. Tutto questo non dipende solo dalle Olimpiadi: è l’aria che è cambiata. Io vedo un collegamento con la scomparsa dell’avvocato Agnelli, evento molto temuto e a cui la città ha saputo rispondere, sia nell’immediato – penso alla processione notturna al Lingotto – sia in seguito, mostrando a se stessa di potercela fare anche senza questa figura. Torino non è mai stata così bella.
«Il cambiamento è sorprendente in particolare se ricordo gli anni ottanta, con i cassintegrati, i prepensionati, la gente che non sapeva dove andare. Da allora Torino è tornata la città “favorevole ai piaceri”, dove signore sempre più belle mangiano paste nella caffetterie restaurate, si aprono musei, ci sono mostre sul barolo e sul cioccolato, si mettono i “funghi” nei dehors per mangiare fuori anche a gennaio, come nelle città turistiche, come a Roma. Cose che fanno una certa impressione. Nel ’90 cercavo casa nel Quadrilatero: era una zona profondamente degradata che ho visto rinascere. Prima ha aperto una scuola di recitazione, poi un’agenzia di viaggi, un wine bar, il caffè turco, l’hammam, l’osteria aperta fino alle due di note; ho visto costruire un quartiere che Torino non aveva mai avuto. Quando lavoravo alla “Stampa”, dopo la chiusura non c’era un posto che ci aspettasse alle 11 di sera, se non pochi locali quasi malavitosi.
«I cambiamenti son stati profondi, ma Torino conta meno di una volta; non ha il peso demografico, economico e politico che aveva ancora vent’anni fa, quando era meno bella, più grigia e più chiusa. Per questo credo sia importante per i torinesi “sentire” la grande impresa. L’idea che “piccolo è bello” non deve far dimenticare le cose che solo la grande impresa può innescare: ricerca, tecnologia, formazione, innovazione, sport, comunicazione, cultura industriale. Per questo mi sembra importante difendere il valore, la storia e la memoria dell’unica grande impresa in Piemonte che resta italiana.
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Aldo Cazzullo è nato ad Alba nel 1966. Giornalista e autore, è stato assunto alla «Stampa» nel 1988 dove è rimasto fino al 2003, quando è diventato inviato del «Corriere della Sera».

Leggo Aldo Cazzullo da sempre e lo apprezzo come scrittore piemontese sì ma con una visione molto aperta sulla sua regione. Penso anch’io che l’Avvocato abbia frenato – chissà forse senza volerlo o forse per interessi legati alla suo essere imprenditore – la crescita della città: siamo diventati più aperti, apprezziamo di più il nuovo ma non credo ci dimenticheremo la nostra storia, caro Aldo. Basta passare per piazza Castello e sentire ancora Carlo Alberto parlare ai torinesi, andare in piazza Carignano dove l’atmosfera è rimasta risorgimentale e a volte la figura di Cavour “il grande tessitore” emerge dalle nebbie novembrine. Siamo cambiati, è vero, ma abbiamo ancora grandi uomini che sapranno far crescere in meglio la città e di conseguenza la regione. Troppo ottimista? Eppure sono piemontese, figlia di generazioni di piemontesi risaroli….